Turchia, si chiude dopo due anni lo stato d'emergenza

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Entrato in vigore cinque giorni dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016, il provvedimento ha portato all'arresto di 80mila persone e al licenziamento di 160mila impiegati pubblici

Finisce dopo due anni lo stato di emergenza in Turchia. Lo hanno annunciato i media di stato precisando che la misura, in vigore da subito dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, non è stata rinnovata dal Parlamento di Ankara.

In due anni 80mila arresti

La mossa del Parlamento segue la decisione del governo turco di non chiedere, come già avvenuto in passato, l'estensione del provvedimento. La particolare misura era entrata in vigore per volere del presidente Recep Tayyip Erdogan il 20 luglio del 2016, cinque giorni dopo il tentato golpe, in cui aerei militari bombardarono il palazzo del parlamento e oltre 290 persone morirono durante gli scontri di piazza. La misura, che solitamente resta in vigore per tre mesi, venne estesa per sette volte, portando a circa 80mila arresti e al licenziamento di 160mila lavoratori pubblici. Quella che è stata definita la più grande purga della storia moderna della Turchia ha preso di mira non solo presunti sostenitori di Fethullah Gulen, il religioso in auto-esilio negli Usa che il governo turco accusa di essere dietro al golpe, ma anche attivisti curdi ed esponenti della sinistra. Fra questi ci sono gli ex leader dell'opposizione filo-curda Hdp, Figen Yuksekdag e Selahattin Demirtas: entrambi ancora in carcere dal novembre del 2016 perché accusati di avere legami con militanti curdi.

I timori per il futuro

La revoca dello stato di emergenza è stato uno dei punti chiave della campagna elettorale dello scorso giugno. Sia i candidati delle opposizioni che lo stesso Erdogan - poi rieletto il 24 giugno - avevano promesso di porre fine alla misura. Il timore dell'opposizione, ora, è che il regime speciale possa essere sostituito da una legge ancora più repressiva. A renderlo probabile sono le stesse dichiarazioni del governo di Ankara che, anche grazie a nuovi ampi poteri del presidenzialismo, ha annunciato di non cambiare l'approccio finché non sarà eliminato “fino all'ultimo terrorista”. L'esecutivo ha già sottoposto alla commissione Giustizia della Grande assemblea nazionale una nuova proposta di legge "antiterrorismo" pensata per rafforzare i poteri di prefetture e polizia e limitare le libertà di manifestazione, riunione e movimento per i prossimi tre anni.

Che cosa prevede la nuova legislazione

Il progetto normativo - la cui approvazione è attesa nelle prossime ore – è stato già bollato dalle opposizioni come l'inizio di uno stato d'emergenza "permanente". Nel disegno di legge proposto spiccano profondi ampliamenti ai poteri delle forze dell'ordine. La durata del fermo di polizia per le accuse relative a reati di terrorismo, minaccia all'integrità dello stato e crimine organizzato potrà essere estesa fino a 12 giorni. Un'altra norma molto contestata riguarda i nuovi poteri attributi ai cosiddetti "super-prefetti", che potranno imporre un coprifuoco nelle province di loro competenza per 15 giorni, impedendo ai cittadini di entrarvi o uscirvi in caso di presunte minacce all'ordine pubblico. In caso di arresto, un sospettato potrà essere trattenuto senza accuse per 48 ore e fino a quattro giorni: periodo di tempo che potrà essere ulteriormente esteso per due volte in caso di difficoltà nella raccolta di prove. Proseguiranno poi le purghe dalle pubbliche amministrazioni - comprese forze armate e polizia - di persone accusate di legami con organizzazioni terroristiche, così come le revoche di passaporti e porti d'armi anche per i coniugi dei sospetti. Verrà anche limitato il margine per i ricorsi in giudizio: i dipendenti 'riabilitati' non torneranno al loro posto, ma saranno destinati a "centri di ricerca" sotto i ministeri della Difesa o degli Interni. Saranno inoltre ancora possibili i commissariamenti di istituzioni pubbliche e aziende private. La nuova legislazione abolisce definitivamente la legge marziale.

Le reazioni dell'Ue e di Amnesty

La fine dello stato di emergenza in Turchia è stato giudicato un “passo positivo” da parte dell'Unione Europea. Lo si legge in una nota diramata dal portavoce del Servizio di azione esterna dell'Ue, nella quale viene però precisato che “l'adozione di nuove misure legislative che conferiscono poteri straordinari alle autorità e che mantengono diversi elementi restrittivi dello stato di emergenza potrebbero indebolire gli effetti positivi dello stop”. Bruxelles ha riaffermato le sue “aspettative che – riporta la nota - la Turchia attui le raccomandazioni chiave del Consiglio d'Europa, della Commissione di Venezia e di altre istituzioni competenti e rispetti la separazione dei poteri tra esecutivo e potere giudiziario”. Più duro il commento di Fotis Filippou, vice direttore per l'Europa di Amnesty International, che ha sottolineato come di fatto molte delle norme previste dallo stato di emergenza resteranno in piedi. "La fine dello stato d'emergenza – ha detto Filippou -, da sola, non interromperà l'attuale giro di vite. Ciò che occorre è un'azione sistematica per ripristinare il rispetto dei diritti umani, consentire alla società civile di riprendere a svolgere le sue attività e porre fine al soffocante clima di paura che ha circondato la Turchia".

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