La Corea del Nord replica all’Onu: "L'autodifesa è un nostro diritto"

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Un portavoce del ministero degli Esteri di Pyongyang ha dichiarato che le Nazioni Unite, con la nuova risoluzione, non tengono conto delle manovre militari effettuate da Washington e Seul di questi giorni. Alle quali il regime risponderà con "molti altri lanci"

La condanna del Consiglio di Sicurezza dell'Onu in merito al missile Hwasong-12 lanciato il 29 agosto non tiene conto del "diritto all'autodifesa di uno Stato sovrano". Lo ha dichiarato all’agenzia di stato Kcna un portavoce del ministero degli Esteri della Corea del Nord, secondo il quale il lancio effettuato lo scorso martedì è solo "un assaggio" in risposta alle esercitazioni militari congiunte che stanno effettuando la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Il missile Hwasong-12, ha aggiunto il portavoce, è da considerarsi un un significativo preludio contro Guam, "la base – statunitense (Ndr) - di prima linea per l'invasione" della Corea del Nord.

Ci saranno "molti lanci"

Gli Stati Uniti, secondo il portavoce del ministero degli Esteri della Corea del Nord, "hanno negato le misure proattive messe in campo dalla Corea del Nord allo scopo di disinnescare le tensioni a cui è sottoposta e hanno agito con imprudenza", riferendosi alle nuove esercitazioni congiunte con la Corea del Sud. Una situazione che, ha concluso il portavoce, giustificherebbe "le Rivoluzionarie forze armate della Repubblica Popolare Democratica di Corea a condurre molti altri lanci di missili balistici con obiettivo il Pacifico. E a modernizzare e ad aumentare ulteriormente l'efficienza al combattimento delle sue forze strategiche".

La condanna dell’Onu

Il 30 agosto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva condannato "fortemente" il lancio del missile da parte della Corea del Nord, chiedendo a tutti gli Stati membri di "attuare pienamente, in modo rigoroso e veloce", le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, senza però aggiungerne delle altre. Tra le misure adottate per scoraggiare le ambizioni nucleari di Pyongyang c’è il divieto totale delle esportazioni di carbone e ferro e il blocco delle vendite internazionali di minerali e frutti di mare. Un pacchetto che, secondo numerosi osservatori, dovrebbe ridurre le entrate di circa un terzo, arrecando un danno enorme all'economia della Paese ma che ancora non è si è rivelato del tutto efficace.

Il nodo dei Nordcoreani all'estero

Per quanto riguarda i lavoratori all’estero, ad esempio, sono allo studio nuove sanzioni per impedire a Pyongyang di ottenere valuta forte proveniente da oltreconfine. Secondo le stime delle Nazioni Unite, infatti, più di 50mila Nordcoreani lavorano fuori dal Paese, perlopiù in Russia e in Cina, portando ogni anno in Corea del Nord tra i 1,2 e i 2,3 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, a tal proposito, l’ambasciatore della Gran Bretagna Matthew Rycroft ha dichiarato che il Consiglio di Sicurezza dovrebbe considerare di "fare di più per evitare che il flusso di denaro arrivi in Corea del Nord da cittadini che lavorano all'estero".

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