Pedofilia 2.0, la Ue alla ricerca di una legislazione comune

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L'Europa fa una passo avanti nella definizione di una disciplina unitaria contro la pedopornografia on line con una proposta supportata da un gruppo di parlamentari e dalla Commissione. Rimozione dei contenuti e blocco di accesso le soluzioni proposte

Pedofilia on line: leggi l'inchiesta di Sky.it

di Federico Guerrini


Un passo avanti nella lotta alla pedofilia on line a livello comunitario. Così si può definire una proposta di direttiva in questi giorni in discussione a Bruxelles che ha l'obiettivo di definire un quadro normativo di riferimento per tutta la Ue e di aumentare la cooperazione su questo tipo di crimini.

Approvata all’unanimità dalla Commissione Libertà Civili  e sostenuta dai Commissari Malmostrom, Reding e Tajani, la proposta prevede che le immagini illegali a carattere pedo-pornografico che si trovano in rete siano rimosse alla fonte. E che, laddove questo non sia possibile, nel caso in cui le pagine web incriminate siano ospitate su server al di fuori dell’Unione Europea, le autorità nazionali provvedano al blocco dell’accesso al sito come già avviene in stati come Italia, Danimarca, Finlandia e Svezia. Nella maggior parte dei casi che riguardano il nostro Paese, infatti, i siti segnalati come pedofili e i relativi contenuti non sono cancellati dal web: più semplicemente i nomi di dominio corrispondenti vengono segnalati ai fornitori di connettività che inibiscono così l'accesso degli utenti a quei materiali.

La legislazione italiana in materia di lotta alla pedofilia è infatti fra le più avanzate d’Europa. In essa nel 2006 è stato introdotto il reato di pedopornografia virtuale, che si verifica quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni 18 o parti di esse (art. 600 quater 1 c.p.). Tuttavia, nel nostro ordinamento, manca ancora  una sanzione per il reato di adescamento online. Il parlamento dovrebbe a breve ratificare la Convenzione di Lanzarote che prevede pene severe per il “grooming” (adescamento online), ma il testo è stato più volte rimpallato fra Camera e Senato ed è ancora in attesa dell’approvazione definitiva.

Può darsi che i parlamentari europei siano più veloci di quelli italiani. L’adescamento dei minori via Internet, secondo la proposta attualmente in discussione, diventerebbe un crimine a livello comunitario, e i colpevoli andrebbero incontro a una pena compresa fra i 2 e i 10 anni di carcere, a seconda delle gravità delle accuse. Un’alleanza di sei fra le maggiori Ong che si battono per la tutela dei diritti dei più piccoli, ha accolto molto positivamente la notizia, definendola “un’opportunità importante” per migliorare la legislazione europea in materia.

Per evitare però che questo provvedimento possa rappresentare un rischio per la privacy o la libertà di espressione, gli stessi parlamentari europei firmatari della proposta hanno insistito perché le procedure di blocco di eventuali siti siano “trasparenti” e le restrizioni “limitate allo stretto necessario e proporzionate” ai crimini. Altrimenti, si rischiano incidenti come quello accaduto di recente in Usa, dove il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha condotto con successo un’operazione contro alcuni siti di pedofilia, oscurando però “sbadatamente” anche 84 mila siti che non c’entravano nulla. I proprietari che cercavano di accedere al loro sito si sono trovati davanti a un minaccioso banner che annunciava che le pagine web erano stato rimosse per accuse che potevano costare fino a 30 anni di prigione e 250 mila dollari di multa. Inutile dire della paura e dell’imbarazzo degli ignari amministratori.

Tra l’altro queste accuse, se registrate sul Web, sono difficili da cancellare. Una ricerca con il motore Bing, per esempio, mostra ancora nomi e indirizzi web accusati di pedofilia.

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