Ilva, Corte d’appello di Milano conferma assoluzione per Fabio Riva

Lombardia

Il componente della famiglia ex proprietaria dell'Ilva di Taranto era accusato di bancarotta per il crac della holding Riva Fire, che controllava il gruppo siderurgico

La Corte d'appello di Milano ha confermato l'assoluzione per Fabio Riva, uno dei componenti della famiglia ex proprietaria dell'Ilva di Taranto, dalle accuse di bancarotta per il fallimento della holding Riva Fire che controllava il gruppo siderurgico. La stessa Procura generale aveva chiesto la conferma dell'assoluzione "perché il fatto non sussiste". Fabio Riva, difeso dai legali Salvatore Scuto e Gian Paolo Del Sasso, era presenta in aula al momento del verdetto emesso dai giudici Piffer, Gamacchio e Rinaldi.

Il commento della difesa

"La Corte d'appello ha confermato una sentenza giusta sia perché risponde in maniera rigorosa a tutti i criteri ermeneutici di un caso complesso, sia perché rispetta la verità storica, distante da quella prospettata dai pm di Milano”, commenta l’avvocato Scuto. "Fabio e la famiglia Riva - ha aggiunto il legale - non sono dei bancarottieri, hanno svolto un ruolo importante e creato ricchezza. La sentenza riconosce questo ruolo e individua le cause del dissesto non nella gestione dei Riva, che negli ultimi decenni è stata la stella polare della siderurgia mondiale". Una sentenza, aggiunge il legale, "pronunciata tra l'altro nel giorno in cui sembra che potrà essere siglato un nuovo accordo tra la nuova proprietà e lo Stato". Il merito della famiglia Riva, ha spiegato ancora Scuto, "è stato quello di prendere degli stabilimenti problematici e creare un gioiello di produzione nel rispetto delle norme ambientali. Oggi - ha concluso - siamo molto contenti, perché con questa pagina la giustizia e il diritto tornano ad assumere un ruolo nella società".

L’assoluzione in primo grado

Nella gestione dell'Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il 1995 e il 2012, aveva scritto il gup Lidia Castellucci nelle motivazioni dell'assoluzione in primo grado nel luglio 2019, la società ha investito "in materia di ambiente" per "oltre un miliardo di euro" e "oltre tre miliardi di euro per l'ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti" e non c'è stato il "contestato depauperamento generale della struttura".

La Procura di Milano, che in primo grado chiese oltre 5 anni per Fabio Riva, aveva fatto ricorso in appello. Se i soldi trovati "nei trusts della famiglia Riva, alimentati con le risorse sottratte al gruppo", avevano scritto i pm nel ricorso, fossero stati investiti "quantomeno in parte nell'adeguamento degli impianti alle crescenti esigenze di tutela ambientale, anziché andare ad impinguare le tasche dei Riva in modo occulto, la società non sarebbe incorsa nelle note vicissitudini amministrative e giudiziarie comunque connesse alla crisi del gruppo". Il ricorso, però, non è stato coltivato in aula dal sostituto pg Celestina Gravina.

Patteggiamento respinto nel 2017

Nell'ottobre 2017 Fabio Riva e il fratello Nicola Riva si erano visti respingere dall'allora gup Chiara Valori la richiesta di patteggiamento (rispettivamente a 5 e a 2 anni), concordata con la Procura, nell'ambito dell'inchiesta sulla bancarotta, perché la pena era stata ritenuta "incongrua". Nel febbraio 2018, poi, Nicola Riva aveva patteggiato 3 anni, mentre Fabio Riva ha scelto l'abbreviato e oggi per lui si è chiuso il secondo grado. Nel maggio 2017 aveva patteggiato 2 anni e mezzo Adriano Riva, fratello di Emilio, l'ex patron del colosso siderurgico scomparso nel 2014, firmando anche la transazione di rinuncia a quegli 1,1 miliardi sequestrati dai pm nell'inchiesta sul crac della holding.

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