Coronavirus Lombardia, a Castiglione d'Adda positivo al test il 22,6%

Lombardia

“Bisogna proteggere gli anziani e riconoscere e soffocare prontamente i focolai. E per i bambini più prevenzione attraverso test e sorveglianza epidemiologica nelle scuole”, ha commentato Massimo Galli che ha diretto con Medispa lo screening di massa condotto dal dipartimento di Scienze biomediche e cliniche dell'Università di Milano

Si è concluso lo screening di massa di sieroprevalenza sars-cov2 sulla popolazione di Castiglione D'Adda (Lodi) condotto dal dipartimento di Scienze biomediche e cliniche dell'Università di Milano e diretto dal professor Massimo Galli e da Medispa, avviato lo scorso 18 maggio. Lo studio, svolto su circa il 90% dei residenti (4.174 persone), oltre a mostrare che il 22,6% della popolazione castiglionese che si è sottoposta al test è venuta a contatto con il virus, ha anche messo in luce una dinamica che, per il professor Galli, potrebbe ben indicare la via per le politiche del contenimento del contagio anche già dal prossimo mese di settembre. (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI)

I risultati dello studio

Si è infatti evidenziato come non soltanto gli anziani si ammalano più gravemente ma, probabilmente, spiega Galli, sono anche più suscettibili ad infettarsi. Ci sono tanti più positivi tra gli anziani a Castiglione D'Adda. Per converso, i bambini non solo sviluppano di regola sintomi meno gravi, ma potrebbero anche essere meno soggetti ad infettarsi dei vecchi. Per i prossimi mesi, conclude Galli, sarà quindi importante "proteggere gli anziani e riconoscere e soffocare prontamente i focolai. E per i bambini più prevenzione attraverso test e sorveglianza epidemiologica nelle scuole che distanziamenti difficili, se non impossibili, da realizzare". I numeri dello studio di Castiglione dicono che gli anticorpi che testimoniano il contatto con il virus si trovano nel 9,1% dei bambini di 5 anni, nel 13,8 per cento di positività nei venticinquenni, nel 22,3% dei cinquantenni, nel 31,3 per cento nei settantenni e in più del 40 per cento degli ultranovantenni. Il vero perché di queste differenze (una diversa 'disponibilità' di recettori per il virus nelle diverse età della vita?) è oggetto di studio

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