Animal Pound, Tom King rilegge Orwell nell'era dei sovranismi
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Il nuovo fumetto dell'autore americano adatta e attualizza il classico La fattoria degli animali, sfruttandone la potenza allegorica per raccontare la crisi della società contemporanea, passando dal tradimento di un'utopia al fallimento del sistema democratico
Se George Orwell fosse ancora vivo, come leggerebbe questa contemporaneità così incerta, inquietante e a tratti grottesca? È una domanda che viene spontanea ogni volta che qualche attivo sostenitore dell’alt-right distorce il pensiero e l’opera dello scrittore britannico a suo uso e consumo. Ed è la stessa domanda da cui parte quello che forse è il più ambizioso dei fumetti di Tom King, Animal Pound, pubblicato in America per BOOM! Studios e in Italia da BAO Publishing (cartonato, 276 pagine a colori, 22 euro).
Un'operazione manifesta
L’operazione è tutt’altro che velata, manifesta fin dal titolo e dalla prefazione che lo stesso autore americano firma in prima persona. E Animal Pound ha tanto de La Fattoria degli Animali, non solo una suggestione, non solo la scelta di utilizzare una favola con protagonisti degli animali per raccontare le perverse dinamiche politiche che fanno degenerare una utopia in regime autoritario. Di fatto, l’opera di King è un vero e proprio adattamento, una rilettura in chiave moderna, di quello che a oggi rimane uno dei più potenti racconti allegorici del XX secolo, ma lo fa senza arrogarsi il diritto di rispondere alla domanda con cu si apre questo articolo. King non vuole dirci cosa penserebbe Orwell del mondo di oggi, piuttosto ne segue le orme per raccontarci la sua personale visione della decadenza della politica e della società contemporanee.
Dai maiali ai cani
Così, se Orwell prendeva di mira la trasformazione in regime totalitario dell’Unione Sovietica e il tradimento dell’utopia socialista marxista, King racconta di come la democrazia occidentale stia lentamente cadendo a pezzi sotto i colpi assestati dal populismo di destra. Non ci sono più maiali, cavalli, pecore e galline, in Animal Pound, non più una fattoria ma un rifugio popolato da grossi cani, numerosissimi gatti, placidi e timorosi conigli. Animali domestici che meglio si prestano al racconto allegorico della società capitalista e fortemente urbanizzata di oggi e che, grazie alle loro caratteristiche di indole, ben si prestano al gioco di continui rimandi e metafore che l’autore svolge nel suo racconto.
La trama di Animal Pound
La trama è sostanzialmente sovrapponibile a quella del classico orwelliano. Un gruppo di animali ospiti (o prigionieri, a seconda dei punti di vista) di un rifugio, spinto dagli ideali dell’anziano cane Lucky, decide di ribellarsi all’uomo e instaurare un’utopia democratica dove “le porte rimangono sempre aperte”. Ma cani, gatti e conigli hanno esigenze diverse, spesso in conflitto, e mediazione e compromesso diventano presto un’esigenza primaria per poter convivere. Così si crea un consiglio, con tre rappresentanti per specie, e si decide di eleggere un leader con un sistema di voto ponderato per peso, di modo che i cani, inferiori in numero ma superiori per forze, non debbano essere costantemente penalizzati rispetto ai gatti e ai conigli.
L’utopia funziona finché alla guida si alternano, con il vincolo non scritto dei due mandati consecutivi, gli illuminati leader della rivoluzione; scricchiola quando il loro posto viene preso da figure inette, prive di carisma, malleabili; crolla quando a prendere il potere è un populista prepotente che, come primo atto del suo governo, decide di usare tutta la sua forza superiore per reprimere una minoranza.
Analogie e differenze
Anche se nel personaggio di Piggy, bulldog inglese star dei social che nessuno prende sul serio, ama indossare i cappellini da baseball e si trasforma in un leader populista dispotico fino a proporsi per un terzo mandato e sospendere la democrazia istituendo lo stato d’emergenza, non è poi così difficile rivedere alcuni tratti peculiari della figura di Donald Trump, bisogna ricordare che il fumetto è uscito negli Stati Uniti prima dell'inizio del secondo mandato da presidente del tycoon. E d'altra parte King tende a evitare quei richiami diretti tra i suoi personaggi e figure reali che invece fanno da spina dorsale alla satira politica de La fattoria degli animali. In questo modo la portata della critica diventa più universale e generalizzata, rivolgendosi contro un intero sistema e non rischiando di ricadere su alcune limitate figure tossiche al suo interno. Ed è nel finale, con una citazione ribaltata, che King segna in modo evidente la differenza rispetto all’opera da cui prende le mosse: se quello di Orwell era il lamento del tradimento di un’ideale, quella di King è l’elegia di un sistema, il racconto del suo fallimento.
Le tematiche contemporanee
King utilizza la sua allegoria per raccontare la polarizzazione della società, parlare di immigrazione e delle dinamiche di rifiuto sempre più frequenti nell’approccio al tema dei rifugiati politici, del modo in cui i nuovi media abbiano plasmato e distorto il discorso politico, trasformando i politici in influencer e gli influencer in politici. Ma mentre Orwell sembrava mantenere un atteggiamento tendenzialmente benevolo nei confronti del popolo oppresso dalla dittatura dei maiali di Napoleone, King redistribuisce le responsabilità del disastro anche su elettori ignavi, facilmente suggestionabili e vittimi di una sindrome di Stoccolma nei confronti del leader che, una a una, leva loro tutte le libertà faticosamente ottenute, e su un’opposizione imbelle, indolente, costantemente incapace di vedere un pericolo sempre più evidente: siamo tutti co-responsabili del crollo della democrazia occidentale, sembra volerci dire King.
I disegni di Peter Gross
I disegni di Peter Gross, col loro stile realistico che lontano da qualsiasi tentazione favolistica e disneiana, aggiungono inquietudine e violenza (fisica e psicologica, quasi in egual misura) al racconto, arricchendone la portata allegorica. Le tinte cupe del rifugio, le ombre, le luci soffuse, incrementano l’effetto di oppressione che pervade l’animo dell’opera anche in quei capitoli in cui tutto sembra funzionare nell’utopia delle porte sempre aperte. Gross tratteggia cani, gatti e conigli scegliendo un’espressività sempre animalesca e mai antropizzata, puntando su manti di pelo ispido e poco curato, concedendo poco spazio, sempre narrativamente funzionalissimo, alla tenerezza che gli animali da compagnia tendono a indurre nell’essere umano (per questo la sua cover originale è più efficace e centrata della pur bella variant firmata da Bilquis Evely e ugualmente disponibile sul mercato italiano).
Un'operazione perfettamente riuscita
L’attualizzazione de La fattoria degli animali, operazione decisamente complessa, risulta perfettamente riuscita anche in presenza di alcuni elementi che ne depotenziano la forza rispetto al titolo originale. La sua natura derivativa, naturalmente, così come la differenza sostanziale del pulpito da cui viene la predica: se quello di Orwell era fuoco amico (è importante ricordare che lo scrittore britannico era un convintissimo socialista e che l’Unione Sovietica, all’epoca della pubblicazione, era un importantissimo alleato del Regno Unito nella Seconda Guerra Mondiale), quello di King è, al contrario, un attacco al fronte suprematista proveniente dall’intellighenzia progressista. Di contro, il carattere meno puramente parodistico di Animal Pound e la sua critica più generale della società sono elementi di innovazione senza dubbio interessanti che contribuiscono alla riuscita di un lavoro complessivamente eccellente, capace di omaggiare un classico senza tradirlo né ricalcarlo, di tracciare un nuovo sentiero da un punto di partenza comune. Un fumetto certamente da leggere, conservare, rileggere. Destinato a restare come potente fotografia della realtà che stiamo vivendo.