Easy Breezy, Yi Yang: "Un fumetto cinese costruito all'italiana"

Lifestyle

Gabriele Lippi

Bao Publishing

Tra il roadmovie e il romanzo di formazione, il fumetto pubblicato da Bao Publishing trascina il lettore in un'avventura frenetica e senza pause. Strappando momenti di vera commozione. L'intervista all'autrice

Un po’ roadmovie e un po’ romanzo di formazione, un po’ italiano e un po’ cinese. Easy Breezy, il nuovo fumetto di Yi Yang (Bao Publishing, 176 pagine, 20 euro) è un’avventura frenetica che scivola via rapida, una tavola dopo l’altra, catturando l’attenzione del lettore fin dall’inizio. È una storia di piccola e grande criminalità, ma anche di amicizie improbabili che nascono per caso e di opposti che finiscono per attrarsi e influenzarsi reciprocamente. Il secchione e il bulletto della scuola di ritrovano sullo stesso furgone rubato e scoprono che nel sedile posteriore si trova una bambina rapita. Nel tentativo di riportarla a casa senza essere accusati del suo sequestro, dovranno aiutarsi per salvarsi la pelle dalla minaccia di un criminale senza scrupoli.

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Thriller, noir o romanzo di formazione. Che cosa è Easy Breezy?
Una cosa che sta un po’ a metà tra il roadmovie e il romanzo di formazione, perché sì, questa è una componente che sicuramente c’è. Una storia molto lineare in cui però si vede il cambiamento di due bambini dall’inizio alla fine, e come ciascuno dei due riesca a tirare fuori un lato della personalità che all’inizio sembrava assente.

Lei vive in Italia da ormai diversi anni. Cosa c’è di italiano nel suo lavoro?
A vederlo e basta questo fumetto non c’entra nulla con la scuola italiana: ha un altro formato, un altro modo di raccontare. Ma come lavoro è molto italiano. Per esempio, io non scrivo mai prima in cinese e poi traduco, fin dall’inizio mischio cinese e italiano nella sceneggiatura, anche perché nei dialoghi ci sono dei modi di dire tipicamente italiani che io avevo previsto già dall’inizio. Inoltre ho iniziato a pubblicare come sceneggiatrice in italiano, quindi mi è rimasto il metodo. 

 

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Easy Breezy è comunque una storia molto cinese. A cosa si è ispirata?
A delle storie brevi e grottesche, quelle reali e quelle di fiction, e ad alcuni fumetti, ovviamente. Ma anche film di animazione di Satoshi Kon, Masaaki Yuasa.

In quali aspetti la storia è tipicamente cinese e in quali, invece, potrebbe essere anche una storia italiana?
L’ambientazione è sicuramente molto cinese, così come la caratterizzazione dei personaggi e il contesto in cui si muovono. Il fatto di vedere dei bambini così piccoli eppure già così indipendenti può sembrare strano in Italia, ma è perfettamente normale in Cina. Io stessa a otto anni avevo già le chiavi di casa e uscivo da sola. La storia, invece, può essere anche italiana, e soprattutto lo spirito di avventura e gli elementi criminali rimangono universali.

 

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Quali sono i modelli a cui si ispira per il suo tratto grafico?
Il mio fumettista preferito è Taiyo Matsumoto. In generale amo i fumettisti giapponesi delle varie epoche, come Naoki Urasawa e Harold Sakuishi. Mi piace lo stile un po’ realistico degli anni 90, che non è un realismo alla Bonelli ma un realismo stilizzato. Mi piace provare a riproporre quell’atmosfera.

Qual è il personaggio a cui si sente più affezionata? 
La bambina. C’è una scena (spoiler, ndr), quella del cimitero, che è un po’ scritta per me stessa: ho perso mia nonna da poco e ancora oggi non riesco a realizzarlo del tutto. Vivo molto lontana dalla Cina e quando scrivevo il personaggio della bambina la vedevo come una parte di me stessa, un po’ una me bambina. Alcune esperienze sue sono anche mie. Tra tutti i personaggi, lei è quello meno di finzione e più realistico.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Sto preparando un altro fumetto gli stessi personaggi. Non sarà un sequel, però, perché creerebbe troppa difficoltà per i lettori. Un’altra avventura con gli stessi protagonisti ma che si possa leggere senza aver letto Easy Breezy.

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