Forte calo a marzo della fiducia dei consumatori italiani, che si rivelano particolarmente preoccupati della situazione economica del Paese; tiene invece quella delle imprese. Sono i primi effetti del nuovo conflitto in Medio Oriente, scoppiato esattamente un mese fa, che ha portato a una fiammata dei prezzi dei beni energetici. Ecco, nel dettaglio, i dati diffusi dall’Istat
L'indicatore di fiducia dei consumatori scende nettamente da 97,4 a 92,6, l'indicatore composito del clima di fiducia delle imprese invece subisce una riduzione appena accennata (da 97,4 a 97,3). Sono i dati-chiave diffusi dall’Istituto di statistica nazionale che descrivono il “sentiment economico” dei cittadini nel mese in corso. Valori che riflettono inevitabilmente i timori legati all’evoluzione della guerra iniziata il 27 febbraio scorso, i cui effetti si sono già riflessi sull’aumento dei prezzi dei carburanti e che hanno portato il Governo a mettere mano ad un decreto che ha tagliato temporaneamente le accise di 25 centesimi al litro.
I dati
Ecco in dettaglio gli indicatori sulla la fiducia dei consumatori: quello relativo al clima economico attuale cade da 99,1 a 88,1, quello sulle aspettative future scende da 93,1 a 85,3 e quello personale cala da 96,8 a 94,2. Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia invece “aumenta in tutti i comparti indagati ad eccezione del commercio al dettaglio: nella manifattura e nelle costruzioni il clima sale, rispettivamente, da 88,5 a 88,8 e da 103,1 a 103,6, nei servizi di mercato aumenta da 102,1 a 102,7 e nel commercio al dettaglio cala da 104,9 a 100,6”. Nell'industria manifatturiera gli imprenditori giudicano in miglioramento l'andamento del livello degli ordini ma si attendono una diminuzione del livello della produzione e le scorte di prodotti finiti sono attesi in diminuzione.
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La lettura di Unimpresa
“Il calo della fiducia dei consumatori registrato a marzo e la sostanziale stabilità di quella delle imprese rappresentano una dinamica fisiologica e non preoccupante alla luce dell’attuale contesto internazionale”. Così in una nota il Centro studi di Unimpresa ha commentato i dati diffusi dall’Istat. “Il peggioramento dell’indice dei consumatori riflette un atteggiamento prudenziale legato alle tensioni geopolitiche e all’incertezza sui prezzi energetici, mentre la tenuta della fiducia delle imprese indica una valutazione più razionale e meno condizionata dagli shock di breve periodo”.
“Le famiglie, comprensibilmente, tendono ad anticipare i rischi e a muoversi con maggiore cautela quando il quadro geopolitico si fa più complesso. Le imprese, invece, dimostrano ancora una volta una capacità di lettura più strutturata e una tenuta che rappresenta un elemento di stabilità per l’intero Paese”, sottolinea il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “È proprio da qui che bisogna ripartire. In questa fase la responsabilità della politica economica è quella di accompagnare questa prudenza senza alimentare allarmismi, rafforzando le condizioni di fiducia con interventi mirati su redditi, investimenti e accesso al credito”, precisa. “Serve continuità nelle scelte e una visione chiara: solo così si può trasformare una fase di cautela in un’opportunità di consolidamento della crescita”, conclude Longobardi.
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Il commento del Codacons
Per il Codacons “la crisi in Medio Oriente si abbatte come uno tsunami sulla fiducia dei consumatori, con l’indice che a marzo registra un crollo verticale in tutti i comparti. La delicata situazione geopolitica attuale, unitamente alle ricadute dirette in Italia sul fronte dei listini dei carburanti e dei prezzi dell'energia, hanno affossato la forza delle famiglie”.
“La delicata situazione geopolitica attuale, unitamente alle ricadute dirette in Italia sul fronte dei listini dei carburanti e dei prezzi dell’energia, hanno affossato la fiducia delle famiglie, che registra a marzo un crollo peggiore di ogni aspettativa – spiega il Codacons – Si tratta di segnali non solo estremamente negativi per la nostra economia, ma anche pericolosi: la minore fiducia dei consumatori si traduce in una più bassa propensione alla spesa delle famiglie, cui si aggiungerà anche l’effetto del caro-prezzi nei vari settori, a partire dagli alimentari, con un effetto depressivo sui consumi nazionali”, conclude l’associazione.