L'Italia è al 21esimo posto in Ue per i pagamenti digitali. I dati

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Nel 2025 entro i confini nazionali il volume totale di pagamenti effettuati senza l'uso di contanti, ha superato i 500 miliardi. Secondo il Cashless Society Index 2026, il nostro Paese ha perso una posizione rispetto all'anno precedente quindi, se da un lato ha accelerato il percorso di digitalizzazione dei pagamenti, dall’altro il confronto con l’Europa evidenzia un gap di natura strutturale 

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Nel Cashless Society Index 2026 l’Italia si colloca al 21° posto su 27 tra i Paesi dell'Unione Europea. Rispetto all'anno precedente ha perso una posizione rimanendo distante dai principali benchmark europei: Germania (10°), Spagna (12°) e Francia (16°). Le transazioni cashless pro-capite si attestano a 181,4, contro una media europea di 246,8, mentre il transato cashless rappresenta il 26,6% del PIL, restando al di sotto della media UE-27 pari al 31,6%. 

Perchè la digitalizzazione dei pagamenti è sotto la media europea

Se da un lato l'Italia ha accelerato nel percorso di digitalizzazione dei pagamenti, dall’altro il confronto con l’Europa evidenzia come il recupero sia ancora parziale e insufficiente a colmare una distanza che appare di natura strutturale. Tale gap è riconducibile a elementi sistemici che continuano a rallentare la diffusione dei pagamenti digitali. In questo contesto si inserisce la dipendenza dal contante, che secondo il Cash Intensity Index colloca l’Italia al 31° posto su 144 economie mondiali per incidenza del cash in circolazione sul Pil (11,5%), un valore superiore alla media europea (9,8%) e più elevato rispetto alle principali aree geografiche. 

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L’Italia è la principale economica europea per incidenza sul divario tra Iva su Pil

La dimensione stimata dell’economia sommersa, pari a circa 200 miliardi di euro (10,2% del Pil), si riflette anche sul Vat gap, ovvero sulla differenza tra l'IVA riscuotibile (basata sui consumi) e quella effettivamente incassata dagli Stati membri UE, che con 25 miliardi di euro conferma l’Italia come la principale grande economia europea per incidenza del divario Iva sul Pil. Questi elementi, pur non esaurendo le cause del ritardo italiano nel cashless, contribuiscono a spiegare perché il Paese continua a posizionarsi al di sotto della media europea, rendendo necessario un rafforzamento delle politiche di diffusione, educazione finanziaria e innovazione nel sistema dei pagamenti.

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La digitalizzazione dei pagamenti genera miliardi 

Negli ultimi dieci anni la transizione verso una Cashless Society ha generato 55,4 miliardi di euro di benefici complessivi per il sistema-Italia tra riduzione del costo di gestione del contante, maggiore sicurezza delle transazioni, equità dei contribuenti, stimolo allo sviluppo economico, tempo risparmiato e sostenibilità. Ai tassi di crescita attuali, entro il 2030 potranno attivarsi ulteriori 27,5 miliardi di euro, mentre in caso di allineamento ai best performer europei il potenziale complessivo potrebbe raggiungere 123 miliardi di euro. La filiera industriale dei pagamenti cashless, prosegue il rapporto, rappresenta oggi un comparto strutturato e ad alto valore per il sistema economico nazionale: conta 2.844 aziende con l’integrazione di operatori nazionali ed internazionali, genera 17,7 miliardi di euro di fatturato e 9,4 miliardi di valore aggiunto, con 34.600 occupati distribuiti lungo l’intera catena del valore della transazione elettronica.

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