Tfs ai dipendenti pubblici, per la Consulta le rate vanno abolite entro gennaio 2027

Economia
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Introduzione

Il sistema che oggi allunga i tempi per ricevere il trattamento di fine servizio (Tfs) dei lavoratori pubblici dovrà essere eliminato. Tuttavia, secondo i giudici costituzionali, il cambiamento non potrà avvenire in modo repentino. Un intervento immediato, infatti, comporterebbe effetti pesanti sui conti dello Stato, con un impatto rilevante, anche se temporaneo, sulle finanze pubbliche. Già in passato la Consulta si era espressa sulla necessità di allineare i tempi di pagamento del Tfs/Tfr dei dipendenti pubblici, che al momento viene rateizzato e versato agli statali anche con forti ritardi, a quelli del Tfr dei dipendenti privati, che lo ricevono nel giro di pochi giorni. Ecco cosa sapere

Quello che devi sapere

Il richiamo della Consulta

Le indicazioni sull'abolizione delle rate sono ora arrivate dalla Corte costituzionale con l’ordinanza n. 25 del 2026. Il provvedimento torna a sollecitare governo e Parlamento a rivedere le norme introdotte nel 2010, nel pieno della crisi del debito sovrano, quando furono previste lunghe attese per il pagamento delle liquidazioni ai dipendenti pubblici. In passato la Corte si era limitata a richiamare il legislatore, ma senza ottenere interventi concreti. Questa volta, invece, i giudici fissano un termine preciso. Se entro il 14 gennaio 2027 non verrà corretta la disciplina attuale, riportandola entro i limiti di legittimità, la Consulta potrebbe dichiarare incostituzionali le norme vigenti. Una decisione di questo tipo avrebbe conseguenze pesanti per i conti pubblici: secondo le stime dell’Inps, l’impatto immediato arriverebbe fino a 15,6 miliardi di euro.

 

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In vista della prossima Legge di Bilancio

Di conseguenza, uno dei dossier più delicati per la prossima Legge di Bilancio sembra già delineato. La manovra dovrà definire un percorso di riforma che, nell’arco di più anni, riporti il pagamento della buonuscita entro tempi normali, cioè pochi mesi dopo il pensionamento. Attualmente la liquidazione inizia a essere versata solo dopo nove mesi dalla cessazione dal lavoro. In precedenza, l’attesa era di dodici mesi, ma la riduzione introdotta con l’ultima manovra è stata considerata insufficiente dalla Corte. Inoltre, il pagamento avviene a rate: la prima tranche non può superare i 50 mila euro e lo stesso tetto vale per la seconda, che arriva dodici mesi dopo la prima. Quando l’importo complessivo è più elevato, la somma viene divisa in tre quote, con un ulteriore anno di attesa. Questa lunga dilazione, oggi evitata solo da invalidi e inabili, non è più ritenuta compatibile con i principi costituzionali. Il trattamento di fine rapporto, o di fine servizio, è infatti una componente della retribuzione, seppure differita nel tempo, e come tale rientra nelle garanzie previste dall’articolo 36 della Costituzione.

 

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Una riforma a tappe

La prossima Legge di Bilancio dovrà quindi ridisegnare un percorso progressivo per ridurre i ritardi nei pagamenti. Tuttavia, l’operazione potrebbe richiedere diversi anni, anche a causa dei costi rilevanti da sostenere. Le stime dell’Inps indicano che eliminare soltanto il rinvio iniziale di nove mesi avrebbe un costo di circa 4,2 miliardi di euro. L’abolizione della rateizzazione comporterebbe invece una spesa di circa 11,6 miliardi. Cancellare contemporaneamente entrambe le misure porterebbe l’esborso complessivo a 15,6 miliardi.

Cgil: “Basta con il sequestro del Tfs dei dipendenti pubblici”

"Basta con il sequestro del salario differito dei dipendenti pubblici. La Corte costituzionale ha ribadito ancora una volta la necessità di superare una normativa che presenta evidenti criticità rispetto ai principi costituzionali. Il Governo intervenga", hanno dichiarato in una nota congiunta la Cgil nazionale insieme alle federazioni dei lavoratori della conoscenza, del pubblico impiego e dei pensionati Flc Cgil, Fp Cgil e Spi Cgil. I sindacati commentano l'ordinanza n. 25 del 2026 della Consulta, che è tornata sul tema del differimento del pagamento del TFS/TFR dei dipendenti pubblici e, al fine di consentire al legislatore di intervenire con un'appropriata disciplina, ha deciso di rinviare la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale all'udienza del 14 gennaio 2027. "La Corte ha giudicato insufficienti e marginali gli interventi finora adottati", sottolineano. In particolare, "non può essere considerata una risposta adeguata la scelta del Governo di limitarsi a ridurre da dodici a nove mesi dal 2027 per coloro che accederanno alla pensione di vecchiaia, il termine per la liquidazione del TFS".

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Cgil: “Invito al governo a intervenire per superare il meccanismo”

"La decisione della Corte rappresenta dunque l'ennesimo invito al Governo e al Parlamento ad intervenire realmente per superare un meccanismo ingiusto che continua a penalizzare centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori pubblici. Il problema resta infatti tutto: lo Stato continua a trattenere per anni risorse che appartengono alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici, trasformando il trattamento di fine servizio in una sorta di prestito forzoso allo Stato. Un vero e proprio sequestro del salario differito di chi ha lavorato una vita nella pubblica amministrazione che, anche a causa dell'inflazione registrata negli ultimi anni e dell'assenza di meccanismi di rivalutazione, ha comportato una perdita reale di valore delle somme spettanti, arrivando a sottrarre mediamente ai lavoratori pubblici fino a circa 20 mila euro. Non è un caso che abbiamo avviato in questi anni un ampio contenzioso legale per contestare questa normativa e tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici", denunciano Cgil, Flc, Fp e Spi.  "Questa vicenda si inserisce inoltre in un quadro più generale di penalizzazione del lavoro pubblico. I contratti della pubblica amministrazione sono stati rinnovati con aumenti che coprono appena un terzo dell'inflazione, determinando una pesante perdita di potere d'acquisto per milioni di lavoratrici e lavoratori pubblici. Per queste ragioni - concludono Cgil, Fp Cgil, Flc Cgil e Spi Cgil - chiediamo al Governo di intervenire al più presto", hanno aggiunto

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