Irpef, come funziona la no tax area e quali sono le fasce di reddito che non pagano

Economia
©IPA/Fotogramma

Introduzione

Anche in un ambito fiscale complesso e in continua evoluzione come quello italiano, non mancano alcune regole semplici, come quella della no tax area. Ci sono infatti contribuenti con determinate fasce di reddito che non pagano le tasse e, in alcuni casi, alcuni che non sono nemmeno tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi.

Quello che devi sapere

Cosa indica la no tax area

L’espressione no tax area indica quella fascia di reddito entro la quale le imposte sul reddito non risultano dovute perché interamente compensate dalle detrazioni fiscali riconosciute dalla legge. In sostanza, l’imposta teoricamente calcolata viene azzerata dagli sconti fiscali spettanti per lavoro dipendente, lavoro autonomo o pensione. Chi rientra sotto questa soglia non versa l’Irpef e non subisce trattenute nemmeno in busta paga o sul cedolino pensione, poiché il sostituto d’imposta applica già le detrazioni previste.

 

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Non veri redditi “esentasse”

La no tax area non coincide con una vera esenzione. Anche sui redditi più bassi l’imposta sarebbe, in teoria, dovuta. Tuttavia, il sistema fiscale prevede detrazioni che, entro certi limiti, assorbono completamente l’Irpef. In altre parole, l’imposta nasce, ma viene neutralizzata dagli sconti fiscali. 

 

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Le soglie in vigore anche nel 2026

I limiti della no tax area derivano dal calcolo combinato tra aliquote Irpef e detrazioni. Dopo la riforma fiscale del 2024, la soglia è stata fissata a:

  • 8.500 euro per lavoratori dipendenti e pensionati;
  • 5.500 euro per lavoratori autonomi.

Non esiste una sola no tax area

Non c’è un unico limite valido per tutti. Alcune categorie, come quella dei redditi fondiari, di impresa o di capitale, non prevedono una soglia minima al di sotto della quale l’imposta (IRPEF ed addizionali) non si applica. In altri casi, invece, il concetto di no tax area assume significati diversi a seconda del contesto: per esempio, nel caso delle tasse universitarie si fa riferimento all’Isee, mentre per l’Irpef si guarda al reddito complessivo. 

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Chi rientra nella no tax area nel 2026

La Legge di Bilancio 2026 ha ridotto la seconda aliquota Irpef, quella tra 28 e 50 mila euro, ma non ha modificato le detrazioni per lavoro e pensione. Di conseguenza, la no tax area per dipendenti e pensionati resta fissata a 8.500 euro. Questo valore, però, non è rigido: in presenza di familiari a carico o di spese detraibili, la soglia effettiva può salire anche oltre i 15 mila euro.

Quando ci si definisce incapiente

Quando le detrazioni superano o eguagliano l’imposta dovuta, l’Irpef si azzera. In questa situazione il contribuente è definito incapiente, cioè privo di capienza fiscale. Ma questo cosa significa concretamente? Non essendoci imposta versata, non si ha diritto a rimborsi né a beneficiare delle detrazioni per spese sostenute, visto che la capienza fiscale coincide con l’Irpef dovuta. Di conseguenza, in sede di dichiarazione dei redditi, chi è incapiente non può beneficiare delle detrazioni per oneri e non ha diritto a rimborsi. No tax area e incapienza, quindi, si intrecciano strettamente: l’azzeramento totale dell’Irpef comporta sì l’esenzione dal versamento, ma anche l’impossibilità di recuperare fiscalmente le spese sostenute, proprio perché non esiste alcuna imposta da ridurre.

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Come è cambiata nel tempo

Nel corso degli ultimi anni la no tax area è stata più volte modificata. Fino al 2015, per esempio, i pensionati godevano di una soglia più bassa rispetto ai lavoratori dipendenti. Con la Legge di Stabilità 2016, la no tax area per i pensionati over 75 è stata allineata a quella dei dipendenti (7.750 euro), mentre per gli under 75 restava a 7.500 euro. Dal 2017 l’equiparazione è stata estesa a tutti i pensionati. Dal 2022, invece, la soglia per le pensioni ha superato quella dei redditi da lavoro dipendente, restando in vigore fino a fine 2023.

Le origini normative

L’istituto della no tax area è stato introdotto con l’articolo 2 della Legge 289 del 2002. In origine funzionava come una deduzione dal reddito imponibile fino a un certo limite. Con il tempo, il sistema è stato ristrutturato attraverso l’uso delle detrazioni fiscali, che diminuiscono progressivamente all’aumentare del reddito fino ad annullare l’imposta nei casi di redditi bassi.

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Nel continente europeo

Nel confronto con i sistemi tributari di altri Paesi emerge che quasi ovunque esistono strumenti pensati per alleggerire, fino ad annullarlo, il peso fiscale sui redditi più modesti, anche se le soluzioni adottate differiscono sensibilmente da Stato a Stato. Nel Regno Unito, ad esempio, opera il cosiddetto Personal Allowance, una franchigia di reddito non tassata che nel 2023/2024 è fissata a 12.570 sterline, dunque ben superiore ai livelli italiani, e che viene progressivamente ridotta al crescere del reddito. In Germania, invece, è previsto il Grundfreibetrag, ossia l’importo minimo esente, oggi pari a 10.908 euro, destinato ad aumentare negli anni futuri e regolarmente aggiornato per tener conto dell’inflazione all’interno di un sistema fortemente progressivo. La Francia, invece, non contempla una vera soglia di esenzione, ma applica un primo scaglione Irpef con aliquota zero fino a circa 10.777 euro, affiancandolo a una fitta rete di crediti d’imposta e deduzioni. In Spagna, infine, è in vigore il mínimo personal y familiar, una deduzione collegata alla situazione personale e familiare del contribuente, il cui importo varia in base a numerosi parametri individuali.

 

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