Le elezioni non “congelano” il Pnrr: a rischio una tranche di fondi per l’Italia

Economia
Ansa/Ipa

Il voto in uno Stato membro non autorizza lo stop delle richieste semestrali per i prestiti e le sovvenzioni europee. Roma può dilazionare la richiesta della seconda tranche di fondi del 2022 all'anno prossimo senza incorrere in alcuna penalità ma, in ogni caso, dovrà rispettare da qui al 2026 il tetto delle due domande annuali. Quindi una parte di risorse potrebbe andare persa

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Il Next Generation Ue non attende le elezioni in Italia o quelle negli altri Stati membri. Il voto non autorizza in alcun modo a “congelare” la richiesta delle tranche semestrali per i prestiti e le sovvenzioni europee. L'articolo 24 del regolamento sul Recovery and Resilience Facility fa chiarezza su uno dei tanti rebus legati alle elezioni del 25 settembre in Italia (LO SPECIALE - GLI AGGIORNAMENTI). Roma, teoricamente, può dilazionare la richiesta della seconda tranche di fondi del 2022 all'anno prossimo senza incorrere in alcuna penalità ma, in ogni caso, dovrà rispettare da qui al 2026 il tetto delle due richieste l'anno (TUTTI I DOSSIER A RISCHIO IN ITALIA - SKY VOICE: IL DIZIONARIO DELLA CRISI). 

Si rischia di perdere una tranche

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In caso di slittamento, i conti potrebbero non tornare e, comunque, una tranche di risorse potrebbe andare persa. L'articolo 24, comma 2 disciplina che "dopo aver raggiunto i traguardi e gli obiettivi concordati e indicati nel piano" in conformità a quanto previsto dal Regolamento "lo Stato membro presenta alla Commissione una richiesta debitamente motivata relativa al pagamento del contributo finanziario e, se del caso, del prestito. Gli Stati possono presentare tali richieste di pagamento due volte l'anno". Il testo, come spiegano fonti dell'esecutivo Ue, non contiene quindi alcuna clausola in caso di elezioni. Anche perché, osservano le stesse fonti, in tal modo si andrebbe a intaccare un principio cardine del Recovery Plan: che gli obiettivi e i corrispettivi esborsi, disseminati in un quinquennio, si applicano a prescindere da quale sia il governo alla guida di un Paese. 

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Roma, se a dicembre riterrà di non aver raggiunto gli obiettivi previsti per la seconda parte dell’anno, potrà evitare di chiedere i finanziamenti Ue, facendo slittare la richiesta al primo semestre del 2023. Ma creando così un effetto domino che, in teoria, porterebbe alla rinuncia dell'ultima tranche di risorse prevista per il 2026. L'eventuale slittamento sull'Italia pesa di più che su altri Paesi per un semplice motivo: l'enorme quantità di risorse assegnate a Roma ha previsto, all'inizio, le due richieste all'anno. 

Le differenze con altri Stati

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Per altri Stati la situazione è diversa. L'Olanda, ad esempio, bloccata per mesi dalla ricerca di una maggioranza da parte di Mark Rutte, ha presentato il suo piano solo all'inizio di luglio, Ma il timing delle sue richieste di risorse consente ampio spazio di manovra, trattandosi di 4,7 miliardi in sovvenzioni. Pochi soldi in confronto ai 191,48 miliardi concordati per l'Italia. Al momento l'unico Paese senza il via libera al suo Pnrr è l'Ungheria sulla quale permane l'insoddisfazione di Bruxelles su una serie di riforme alla quale Budapest è chiamata. Il governo italiano, per ora, ha rispettato le scadenze previste. Alla fine di giugno è stata presentata la domanda per la prima tranche dell'anno, da 21 miliardi. "Tutti gli obiettivi sono stati raggiunti", ha più volte ripetuto il premier Mario Draghi. La Commissione pubblicherà la sua valutazione tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Poi spetterà al Comitato Economico e Finanziario ufficializzare l'eventuale sì ai fondi.

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