Unicredit-Mps: la partita sui più di 20mila dipendenti e sui costi per lo Stato

Economia

Lorenzo Borga

In 40 giorni il Mef e Unicredit dovranno trovare un accordo per definire il perimetro della possibile vendita di Mps. Al centro dell'attenzione (anche politica) il destino dei più di 20mila dipendenti e gli eventuali costi per i contribuenti.

Per capire se Monte dei Paschi di Siena andrà in sposa a Unicredit bisognerà aspettare settembre. L’accordo tra il Ministero dell’Economia, che detiene il 64 per cento della banca senese, e il gruppo oggi guidato da Andrea Orcel prevede infatti 40 giorni di tempo in cui si tenterà di determinare quali parti di Mps andranno a Unicredit.

Le condizioni di Unicredit

Orcel ha infatti già messo in chiaro che non ne vuole sapere di accollarsi i costi dell’operazione: l’acquisto non dovrà pesare sul bilancio di Unicredit, che non si prenderà i temutissimi crediti deteriorati, che cioè non hanno speranza o quasi di essere ripagati dai creditori, né le magagne legali di Mps. Da chiarire invece quanti dei più di 20mila dipendenti della banca senese cambieranno casacca, e quanti invece non rientreranno nell’operazione. Anche di questo verrà chiesto conto al Ministero dell’Economia Daniele Franco, che riferirà alle commissioni Finanze di Camera e Senato mercoledì. In termini generali la vendita potrebbe assomigliare a quella delle due banche popolari venete in liquidazione (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca), acquistate da Intesa San Paolo per il prezzo simbolico di 1 euro nel 2017 dopo essere state ripulite a carico dei contribuenti.

 

Ascolta a questo proposito l'intervento dell'economista Salvatore Bragantini, ospite a Sky TG24 Business (clicca qui per la puntata integrale). Bragantini è stato commissario Consob e anche vicepresidente della Banca Popolare di Vicenza tra il 2016 e il 2017, dopo la gestione Zonin e prima della vendita a Intesa.

Vendita obbligata

La vendita di Monte dei Paschi d’altronde non poteva attendere oltre. L’accordo con la Commissione europea prevede che lo Stato la ceda entro il 2021, dopo averne preso il controllo quattro anni fa con un salvataggio costato circa 5 miliardi di euro. La banca di Siena, la più antica del mondo, da anni naviga in acque tempestose: è stata costretta a ricapitalizzarsi per quasi 20 miliardi di euro per fare fronte alle perdite e ha perso circa un quarto del suo giro d’affari. Anche lo stress test europeo della scorsa settimana – la pagella delle autorità europee che stima la resilienza degli istituti di credito a degli scenari di crisi – ha sostanzialmente bocciato Mps, arrivata ultima in classifica.

 

Ma se Siena è costretta a vendere, anche Unicredit ha interesse a comprare. Dopo gli scossoni della crisi del 2008 ha cambiato più volte la propria strategia e ha dovuto vendere alcuni gioielli di famiglia (come Fineco), mentre il suo competitor – Intesa San Paolo – è cresciuto attraverso l’offerta di servizi assicurativi e di gestione del patrimonio, fino a espandersi esternamente con l’acquisizione di Ubi Banca dell’anno scorso. E ora, partendo dalle parti pregiate di Siena vendute a sconto, Unicredit può ridisegnare il rilancio. D’altronde altri acquirenti, all’orizzonte, non se ne sono visti negli ultimi 6-7 anni in cui la banca è stata sostanzialmente messa in vendita.

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