Jobs Act, Consulta boccia il criterio per l’indennità di licenziamento

Economia

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma, contenuta nell’articolo 3, comma 1, che determina in modo rigido l'indennità che spetta al lavoratore licenziato in modo ingiustificato. Soddisfatti Di Maio e Camusso

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una parte del Jobs Act, quella che riguarda l’indennità dopo un licenziamento. “Il Jobs Act abbiamo iniziato a smantellarlo non solo noi, ma anche la Corte costituzionale”, ha commentato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, ha parlato di "decisione importante e positiva" (cosa prevede la riforma voluta dal governo Renzi).

Bocciato il criterio per l’indennità di licenziamento

La Consulta ha esaminato il decreto legislativo 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti - il Jobs Act, appunto - e ha bocciato alcune disposizioni contenute nell'articolo 3, comma 1: in particolare, la norma che determina in modo rigido l'indennità che spetta al lavoratore licenziato in modo ingiustificato. Norma che non è stata modificata dal successivo decreto legge n.87/2018 (il cosiddetto Decreto dignità). In sostanza il Jobs Act prevede per il lavoratore licenziato in modo ingiusto, salvo alcuni casi, un'indennità e dunque un risarcimento di due mesi di stipendio per ogni anno di anzianità, entro un limite minimo di 4 mesi di stipendio e massimo di 24 mesi. Se per esempio fosse stato giudicato illegittimo un licenziamento di un lavoratore a tutele crescenti con 4 anni di servizio, questi avrebbe ricevuto un risarcimento di 8 mesi di stipendio. Il Decreto Dignità, approvato ad agosto, ha modificato solo una parte dell'articolo 3: è stato rialzato il limite minimo e massimo dei risarcimenti rispettivamente a 6 e a 36 mesi. L'impianto generale, però, non è stato cambiato: dunque l'indennità resta legata all'anzianità di servizio. E la Consulta contesta proprio questo.

Tutte le altre questioni dichiarate inammissibili o infondate

Secondo la Corte, la previsione di una indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è “contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro” sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Tutte le altre questioni sollevate relative ai licenziamenti, invece, sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

Soddisfatti Di Maio e Camusso

Sul tema è arrivato il commento del ministro e vicepremier Di Maio. “Il Jobs Act abbiamo iniziato a smantellarlo non solo noi, ma anche la Corte costituzionale”, ha detto. “Le storture del Jobs act le sistemeremo e cominceremo a dare risposte a quei 189 mila lavoratori che rischiano di rimanere in mezzo alla strada” per la scadenza degli ammortizzatori sociali, ha aggiunto. E ancora: “Bene aveva fatto il Decreto dignità andando nella direzione stabilita dalla Consulta, speriamo oggi coloro i quali vanno nella direzione opposta si rendano conto degli errori commessi”. Positivo anche il commento di Camusso. “Dalla Corte Costituzionale è arrivata una decisione importante e positiva. Quanto stabilito dalla Corte è un segnale importante per la tutela della dignità dei lavoratori”, ha detto la leader della Cgil. Ha anche auspicato la riapertura di “una discussione più complessiva sulle tutele in caso di licenziamento illegittimo per le quali, per la Cgil, è fondamentale il ripristino e l'allargamento della tutela dell'art.18”.

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