Voucher, cosa sono e come funzionano

Foto: Archivio Fotogramma
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La forma di retribuzione per lavoro occasionale, è nata nel 2003 e abolita nel 2017 con un decreto del governo Gentiloni, poco prima del referendum voluto dalla Cgil. Sostituiti da altre forme di pagamento, ora i buoni lavoro potrebbero essere reintrodotti

Introdotti nel 2003 per retribuire il lavoro occasionale, i voucher sono stati modificati diverse volte prima di essere aboliti nel 2017 e sostituiti da altre forme di pagamento. Adesso, però, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha aperto - per alcuni settori - ad una loro possibile reintroduzione. Ma cosa sono i voucher o "buoni lavoro"? Rappresentano una retribuzione di tipo "accessorio" voluta dal governo Berlusconi 15 anni fa e abolita nell’aprile del 2017 dall’esecutivo Gentiloni. Sono nati per regolamentare le prestazioni non riconducibili a contratti di lavoro poiché svolte occasionalmente; in questo modo, al lavoratore, vengono riconosciuti i contributi Inps e le forme di assicurazione Inail per eventuali infortuni sul lavoro. Tuttavia, i buoni lavoro, sono spesso stati accusati di stravolgere e deregolamentare il mercato del lavoro, contribuendo a renderlo ancora più precario.

Date chiave della storia dei voucher

È il 2003 quando i voucher vengono introdotti con la Legge Biagi. Quell’anno il ministro del Lavoro è Roberto Maroni e il presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi. Occorrono 5 anni prima che i voucher entrino pienamente in vigore e nel 2012 vengono estesi a tutti settori dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero, durante l’esecutivo di Mario Monti. A settembre del 2016 viene introdotta la tracciabilità dei buoni lavoro con un decreto attuativo del Jobs Act. Nel dicembre dello stesso anno viene annunciata la possibilità di ridefinire il confine dell'uso dei voucher portando il limite a 7mila euro annui. A farlo è il ministro Giuliano Poletti nel governo di Paolo Gentiloni. Tra il 2016 e i primi mesi del 2017, la Cgil ha raccolto 3 milioni di firme per un referendum che proponeva anche l’abolizione di alcune norme sui voucher. Referendum, datato 28 maggio 2017, che non si terrà mai perché nel marzo 2017, il governo Gentiloni, con un decreto ha abrogato i tre articoli del Jobs Act sui voucher (48, 49 e 50) evitando così il referendum in materia. Il 21 giugno 2017, con la legge numero 96, vengono definiti due struenti vicini ai voucher: il Libretto famiglia e il Contratto di prestazione occasionale.

I vecchi voucher

Ogni voucher, nella vecchia tipologia, poteva avere un valore di 10, 20 o 50 euro. Una andava al lavoratore, il resto veniva diviso tra Inail (7%) e Inps (13%). Su un buono lavoro da 10 euro, il compenso netto del lavoratore era di 7,50 euro e corrispondeva alla retribuzione minima di un'ora di prestazione. Se il voucher era di 20 euro, il netto percepito era di 15 euro mentre per quelli di 50 euro era di 37.5. Per pagare tramite voucher era necessaria la registrazione del lavoratore sul sito dell'Inps attraverso un codice Pin. Dopo aver chiesto l'attivazione all'Inps e aver comunicato i dati, era possibile comprare i voucher online sul sito dell'Inps, nelle sedi Inps, alle Poste (nei grandi uffici postali), in alcune tabaccherie, in banca. Per riscuoterli, invece, il lavoratore doveva incassarli entro due anni presso gli uffici postali, online tramite l’InpsCard, attraverso bonifico su un conto domiciliato presso un ufficio postale; dal tabaccaio autorizzato o in banca, dal secondo giorno successivo alla fine della prestazione di lavoro accessorio e entro un anno dall’emissione.

Il libretto famiglia

Aboliti i vecchi voucher, è stato introdotto il cosiddetto Libretto famiglia che nasce per retribuire le prestazioni lavorative dedicate all'assistenza agli anziani e ai bambini, i lavori domestici e le lezioni private. Si tratta di un libretto nominativo prefinanziato, composto da titoli di pagamento il cui valore nominale è fissato in 10 euro. In base ai limiti posti dalla normativa, nessun lavoratore può percepire una somma superiore ai 5mila euro netti all'anno con i buoni lavoro, e non più di 2500 da un singolo datore di lavoro. A un datore non è consentito acquistare servizi per una cifra superiore ai 5mila euro l'anno. Come per i vecchi voucher, tutto avviene online attraverso l’apposita piattaforma Inps dedicata, alla quale è obbligatorio che sia il lavoratore sia il datore di lavoro siano registrati.

Il Contratto di prestazione occasionale

Insieme ai Libretti famiglia, per le imprese è stato istituito il Contratto di prestazione occasionale, di cui possono usufruire solo quelle aziende con meno di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato, i professionisti, le organizzazioni non profit e, a seconda dei casi, anche la pubblica amministrazione. Anche per il Contratto di prestazione occasionale ci sono gli stessi limiti imposti dal Libretto famiglia: 5mila euro netti l'anno per il lavoratore, con un massimo di 2.500 dallo stesso datore di lavoro. Allo stesso modo, l’azienda non potrà ricevere lavoro occasionale per più di 5mila euro annui. 

Limitazioni al Contratto di prestazione occasionale

Anche sulla possibilità di usufruire del Contratto ci sono delle limitazioni: non possono stipularli le imprese che operano nell'edilizia e settori affini o quelle che stanno realizzando appalti pubblici. Le aziende agricole possono utilizzare questa modalità di contratti esclusivamente nei confronti di pensionati, disoccupati che abbiano presentato la Dichiarazione di Immediata Disponibilità, studenti con un’età inferiore a 25 anni e con chi riceve sostegni economici quali il reddito di inclusione sociale. La pubblica amministrazione, invece, può utilizzare il Contratto di prestazione occasionale solo per progetti speciali destinati a soggetti svantaggiati o in difficoltà, lavori di emergenza dovuti a calamità naturali oppure attività solidali e organizzazione di manifestazioni. Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro, pari al corrispettivo di quattro ore lavorative. La retribuzione oraria non viene liberamente fissata dal datore e dal lavoratore ma non può mai essere inferiore a 9 euro l’ora.

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