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Chi è Felice Maniero, da boss del Brenta a collaboratore di giustizia sotto copertura

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5' di lettura

Leader indiscusso della banda del Brenta, "Faccia d'angelo" ha dominato la malavita veneta con rapine miliardarie, traffico di droga e contatti con la mafia. Dopo anni di latitanza, arresti ed evasioni, nel 1994 l'ultima cattura e la decisione di collaborare

È stato capo indiscusso della malavita veneta dai primi anni '80 fino alla metà degli anni '90, capace di ''colpi'' clamorosi, evasioni rocambolesche, spietate esecuzioni. Il nome di Felice Maniero, soprannominato "Faccia d'angelo", è tornato d’attualità nell'ottobre 2019, quando è stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti alla compagna. La carriera criminale di Maniero, che ha preso slancio negli anni ’80 per finire a metà anni ’90 con l’arresto e l’inizio di una seconda vita come collaboratore di giustizia, è stata caratterizzata da un carisma da "leader" e dalla capacità di gestire e comandare uomini a proprio piacimento. La fine del sodalizio criminale della “mala del Brenta”, come è stata definita, l’ha decretata Maniero stesso, con le sue rivelazioni puntuali e precise che in poco tempo smantellarono la banda.

Le prime scorribande e il salto di qualità con rapine miliardarie

Nato nel 1954 a Campolongo Maggiore, Maniero realizza le prime “gesta” criminali dal 1973 in poi assieme a un gruppetto che mette a segno furti ed estorsioni a locali della Riviera del Brenta. Le sue scorribande tra le province di Padova e Venezia cominciano a incutere sempre più timore nella popolazione e a metterlo in contatto con alcuni dei capimafia mandati in soggiorno obbligatorio nella zona, fra cui Totuccio Contorno. Il primo salto di qualità della banda viene compiuto a metà anni '80, con alcune rapine miliardarie, tra cui quella all' hotel ''Des Bains'' del Lido e quella al caveau dell'aeroporto Marco Polo di Tessera. In quell'epoca cominciano anche i primi regolamenti di conti.

Il traffico di droga e armi

Intanto c'è anche il primo arresto, avvenuto nel 1980 ma solo per piccoli reati. Nel 1987 è la volta della prima fuga dal carcere di Fossombrone. Ma intanto la banda comincia ad arricchirsi anche con il traffico di droga, eroina e cocaina, tramite i contatti con Milano e Palermo, grazie ai quali la mala del Brenta acquisisce il monopolio nel Veneto, e diventa una potenza ''militare'' dalla fine del 1989 quando dalla Jugoslavia arrivano veri e propri arsenali. La maxi-inchiesta del giudice istruttore veneziano Francesco Saverio Pavone mette insieme i singoli episodi criminali nella zona configurando il reato di associazione mafiosa.

La cattura nel 1993 e l'evasione dal carcere di Padova

Nel 1991 fa rubare ai suoi uomini la reliquia del mento di Sant'Antonio nella basilica di Padova per ricattare lo Stato e chiedere la libertà del cugino. Il ricatto non ha esito. È una delle ultime gesta eclatanti di Maniero prima di essere acciuffato mentre si trova sul proprio yacht a Capri, nel 1993. Viene detenuto nel carcere di Vicenza, dove tenta l'evasione corrompendo due guardie penitenziarie che però si ravvedono e avvertono la direzione del carcere. Durante il processo assiste divertito al dibattimento davanti alla Corte d'assise veneziana, facendosi servire in ''gabbia'' spaghetti all'astice e prosecco. Alcuni giorni prima della sentenza, però, il 16 giugno 1994, un’altra evasione spettacolare, questa volta dal carcere di Padova, dove era stato trasferito, assieme al braccio destro Antonio Pandolfo e ad altri fedelissimi, corrompendo stavolta con successo una guardia penitenziaria. Giusto in tempo prima che i giudici lo condannino, il 7 luglio, a 33 anni di reclusione.

La nuova cattura e l'inizio della collaborazione

Nel novembre 1994 le forze dell’ordine riescono a catturare Maniero a Torino: è l’arresto decisivo. Maniero decide di collaborare e disgrega definitivamente la banda. In appello, proprio grazie allo status di collaboratore di giustizia, ottiene la riduzione della pena a undici anni per il maxiprocesso, a cui se ne sono aggiunti altri 14 per una decina di omicidi. Ma alcune ''libertà'' prese nel periodo di collaborazione inducono la commissione del ministero degli Interni a revocargli il programma di protezione. Nel dicembre 1996 Maniero viene condannato dalla Corte d'assise d'appello di Venezia a 11 anni di carcere grazie alle attenuanti generiche e a quella per la collaborazione. Maniero viene arrestato nel maggio 1998 per scontare la pena definitiva in una località segreta, dopo essere stato riammesso al programma di protezione con una nuova identità. Nel febbraio 2006 il nome di Maniero torna sui giornali per il suicidio della figlia di 29 anni.

Il ritorno in libertà

Il boss del Brenta torna libero nell’agosto 2010 con la fine dell’ultima misura restrittiva, con una nuova identità. Nella nuova vita sotto copertura Maniero si era messo in proprio con un'azienda di depurazione delle acque, fallita però nel 2016. Nel luglio 2019 appare in un video in rete – con il volto pixelato – dove annuncia la sua nuova trasformazione: quella in “guru” anti-inquinamento, per l'eliminazione delle micro-plastiche nell'acqua. "Buongiorno. Sono Felice Maniero, e da oggi il mio lavoro sarà quello di giornalista d'inchiesta", dice nel filmato. Nell’ottobre 2019, però, si sono riaperte per lui le porte del carcere con l'accusa di maltrattamenti alla compagna, un arresto scattato dopo la denuncia della donna e secondo le nuove regole del Codice rosso.

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