Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: gip respinge la richiesta dei domiciliari

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L’imprenditore, che ieri ha confessato di essere il mandante, avrebbe commissionato agli autori materiali un'azione con "diverse modalità" per l'attentato al giornalista. Non un ordigno, ma "quattro o cinque colpi di pistola verso il muro" della villetta del conduttore di Report. Al termine dell'analisi del cellulare e del pc di Valter Lavitola, gli inquirenti della procura di Roma potrebbero convocare Sigfrido Ranucci per ascoltarlo come persona informata sui fatti

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Valter Lavitola resta in carcere. Lo ha deciso il gip di Roma respingendo l'istanza del difensore, l'avvocato Sergio Cola, che al termine dell'interrogatorio di garanzia - durante il quale il suo assistito ha ammesso di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci - aveva sollecitato gli arresti domiciliari. Nell'ordinanza di convalida, il gip ha definito le dichiarazioni di Lavitola "fumose", "assolutamente generiche" e "prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro". Sulla richiesta i pm della Procura di Roma, coordinati da Francesco Lo Voi, avevano dato parere negativo. L'ex editore, in merito all'attentato, ha detto di averlo fatto "perché era in pericolo, era minacciato". Dunque un attacco "per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione". L’imprenditore ha offerto una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la Procura farà i necessari approfondimenti. A partire dalla risposta che il difensore Cola dà ai giornalisti quando gli viene chiesto se Ranucci, che resta per gli inquirenti la vittima, fosse a conoscenza del progetto di Lavitola: "Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo solo quello che posso".

La difesa di Lavitola farà ricorso al tribunale del Riesame

La difesa di Valter Lavitola presenterà appello al Tribunale del Riesame contro la decisione del gip di Roma che ha respinto la richiesta di sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Nel provvedimento con cui ha confermato la detenzione in carcere, il giudice ha ritenuto ancora sussistenti il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga. Secondo il gip, inoltre, le dichiarazioni rese da Lavitola sarebbero risultate non del tutto complete.

Gip: "Affermazioni Lavitola fumose e prive di riscontro"

Nell'ordinanza di convalida di custodia cautelare in carcere, il giudice ha citato il parere negativo della Procura alla scarcerazione affermando che il movente raccontato da Lavitola è "inverosimile" ma "anche in contraddizione con quanto emerso dalle indagini. Secondo il gip l'ex editore asserisce che, poco prima dell'attentato, aveva appreso di un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti di Ranucci ad opera dell'intelligence israeliana causato dal servizio realizzato da Report sulla vicenda del cantiere navale "Vittoria". Tale notizia lo avrebbe fortemente preoccupato per le sorti dell'amico, spingendolo a realizzare l'attentato del 16 ottobre scorso". Un dato definito dalla procura "privo di riscontro".  Il gip afferma che l'indagato "pur ammettendo di essere il mandante dell'azione delittuosa, ha cercato di ridimensionare fortemente il ruolo svolto nell'organizzazione dell'azione criminosa, negando di essere a conoscenza delle modalità di esecuzione concretamente messe in atto, negando di avere svolto il sopralluogo in data 15 settembre 2025 e ha offerto un movente diverso, volto evidentemente a dimostrare come avesse agito esclusivamente nell'interesse della persona offesa e non anche per fini personali".

Gip: "Rischio del pericolo di fuga"

Come scrive ancora il giudice, "le dichiarazioni rese (da Lavitola) in merito al ruolo svolto nell'organizzazione dell'atto intimidatorio appaiono contraddette dalle risultanze in atti che inducono, allo stato, ad escludere che Clesio Tavares possa avere assunto autonome iniziative in merito alle concrete modalità di esecuzione dell'azione delittuosa o, quantomeno che in merito a tali iniziative, l'indagato non abbia dato il suo preventivo consenso". Sul rischio del pericolo di fuga, "è indubbio che Lavitola abbia una rete di contatti in Italia e all'estero che gli consenta con estrema facilità, di allontanarsi dal territorio italiano e far perdere le sue tracce". 

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La versione di Lavitola

Nel corso dell’interrogatorio Lavitola ha specificato che "non esiste alcun movente politico" dietro l'azione dinamitarda del 16 ottobre del 2025. "Ho fatto tutto ciò per tutelare la incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e fargli innalzare la scorta". Un'azione dunque, avrebbe sostenuto Lavitola sempre secondo il legale Cola, che era "a fin di bene". E il titolare del bistrot 'Cefalù', dove cenava spesso insieme a Ranucci ha riferito anche le ragioni di quello che il legale definisce un "atto indubbiamente delittuoso: lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati". Lavitola, in sostanza, avrebbe fatto compiere quel gesto "non per un movente politico anche se di fatto l'attentato, ma non per sua volontà, ha potuto aumentare la popolarità" del conduttore di Report.

Lavitola al gip: "Chiesi di sparare contro villetta di Ranucci"

Emergono intanto altri dettagli di quello che Lavitola avrebbe detto ieri al gip. L’imprenditore avrebbe commissionato agli autori materiali una azione con "diverse modalità" per l'attentato a Sigfrido Ranucci. Non un ordigno, quindi, ma "quattro o cinque colpi di pistola verso il muro" della villetta del conduttore di Report a Pomezia, centro vicino Roma. Dopo il blitz dinamitardo dell'ottobre scorso - in base a quanto si apprende - l'indagato non avrebbe comunque avuto nulla da ridire ritenendo lo scoppio di un ordigno rudimentale comunque di "valore dimostrativo".

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Continuano le indagini

Una versione che "lascia sgomenti" e che "conferma il delirante teatro della follia”, è stato ieri il commento del legale del giornalista, Roberto De Vita, che ha ricordato: Ranucci ha già la scorta ininterrotta dal 2021 e la sua popolarità è già da tempo "elevatissima". Quindi, è stata la sua conclusione, "se il movente è quello, si colloca tra l'inutile e il rassicurante. Ovviamente un conto è la confessione, altro la valutazione della credibilità" di Lavitola. Ora il verbale sarà analizzato dai pm coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi. Ranucci resta parte offesa ma alla luce delle dichiarazioni rese dall'imprenditore non è escluso che nelle prossime settimane possa essere convocato nuovamente in Procura. 

Ranucci potrebbe essere sentito dopo analisi su cellulare Lavitola

Al termine dell'analisi del cellulare e del pc di Valter Lavitola, gli inquirenti della procura di Roma potrebbero convocare Sigfrido Ranucci per ascoltarlo come persona informata sui fatti. L'attività tecnica sui device, in base a quanto si apprende, durerà alcune settimane e al momento quindi una eventuale audizione del conduttore di Report potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre. L'atto istruttorio si renderebbe necessario alla luce degli sviluppi investigativi, a cominciare dalla confessione fatta ieri dall'imprenditore che davanti al gip, nell'ambito dell'interrogatorio di garanzia, ha confessato di essere stato lui il mandante dell'attentato dell'ottobre scorso e di averlo compiuto con l'obiettivo "di fare alzare i livelli di scorta di Ranucci oggetto di numerose minacce". Intanto oggi gli avvocati della banda hanno incontrato i loro assisti in carcere. I quattro potrebbero chiedere a breve di essere nuovamente ascoltati dai titolari dell'indagine.

Caso Ranucci, "malcontento" nei vertici Rai

Nel frattempo resta l'incertezza su un'eventuale sostituzione del giornalista alla conduzione della trasmissione di Rai 3. Secondo quanto si apprende, nella giornata di oggi è stata consegnata all'amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, la relazione del Comitato etico dell'azienda sulla vicenda. Rossi nei prossimi giorni valuterà il contenuto anche se la relazione non determina automatismi sulla scelta editoriale per un possibile cambio al timone del programma. Il contenuto resterà secretato come sempre avvenuto in passato e non sarà divulgato. A Viale Mazzini trapela intanto il "malcontento" dei vertici per il danno reputazionale per l'azienda. Sempre secondo quanto si apprende, i vertici dell'azienda seguono con attenzione l'evoluzione dell'inchiesta e non nascondono insofferenza e preoccupazione per possibili ricadute anche sotto il profilo della raccolta pubblicitaria.

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