Secondo la famiglia della ragazza, la decisione del consiglio di classe violava il Piano Didattico Personalizzato. Per il giudice, invece, non sono emerse prove di un mancato rispetto, ma la motivazione dei docenti era sufficiente e coerente con il percorso scolastico della studentessa
Dopo quasi dieci anni, il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di una studentessa con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) che contestava la decisione del consiglio di classe di non ammetterla all’esame di Maturità.
Tar: "Per gli studenti Dsa non esistono criteri di valutazione diversi"
Nel giugno 2019, una studentessa Dsa, iscritta per la seconda volta alla classe quinta, non è stata ammessa alla maturità. Secondo la famiglia della ragazza, che ha presentato ricorso, la decisione, tra le altre cose, violava il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Ma la quarta sezione del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha recentemente respinto tutte le contestazioni. Per il giudice, infatti, la motivazione del consiglio di classe, che aveva sottolineato "gravi fragilità nelle materie scientifiche e linguistiche", era sufficiente e coerente con il percorso scolastico della studentessa. Il Tar ha inoltre chiarito che le accuse generiche presentate dalla famiglia della giovane non sono sufficienti, perchè bisognerebbe dimostrare in modo preciso tali violazioni. E nel caso specifico, non sono emerse prove di un mancato rispetto del Pdp. La normativa, sottolinea il giudice, prevede strumenti di supporto e una didattica personalizzata, ma il livello di apprendimento richiesto rimane il medesimo degli altri studenti. Perciò, per gli studenti con Dsa, non esistono criteri di valutazione diversi che ne giustifichino le insufficienze didattiche. Oltre all’annullamento della non ammissione alla prova di maturità, la studentessa aveva anche richiesto un risarcimento per danni patrimoniali e personali. Entrambe le richieste sono state respinte dal Tar.