Una ventina di militari dell'Arma hanno perquisito e prelevato materiale nell'abitazione di Colle di Arba, in provincia di Pordenone, dove si è tolto la vita l'ex sodale dei fratelli Savi
Un intero reparto dei carabinieri è stato impegnato nel pomeriggio in un'attività investigativa nella casa di Colle di Arba (Pordenone) in cui a gennaio si è tolto la vita Pietro Gugliotta, ex componente della banda della Uno Bianca. Una ventina di militari dell'Arma, tra cui alcuni deputati alle investigazioni scientifiche, ha iniziato le verifiche attorno alle 13. Il procuratore di Pordenone, Pietro Montrone, ha escluso che l'attività investigativa sia stata commissionata dai suoi collaboratori: "Riguarda di un'attività delegata da altre Procure di cui non abbiamo notizia". Secondo quanto emerso, potrebbe trattarsi dell'inchiesta della Procura di Bologna che aveva annunciato approfondimenti. Una volta che il sopralluogo si è concluso, in una delle vetture di servizio è stato caricato del materiale proveniente dall'abitazione. Nessuno dei partecipanti ha rilasciato dichiarazioni.
Le indagini della Procura di Bologna sulla morte dell'ex membro dell'Uno Bianca
La Procura di Bologna, infatti, aveva disposto accertamenti sulla morte di Pietro Gugliotta e, oltre alla relazione sul decesso,aveva deciso di acquisire anche i telefoni e il computer dell'ex poliziotto. I magistrati che conducono l'indagine sulla Banda della Uno Bianca, la procuratrice aggiunta Lucia Russo e il pm Andrea De Feis, per fare chiarezza sulla morte dell'uomo vogliono quindi analizzare i contenuti di tutti gli apparati telefonici e informatici a disposizione dell'ex poliziotto al momento del decesso. Nel corso di questa attività parleranno anche con il medico legale che si è occupato della vicenda e con i familiari di Gugliotta, in particolare con la seconda moglie. La sua legale, Stefania Mannino, ha spiegato che Gugliotta poco prima di togliersi la vita l'ha contattata dicendole che le avrebbe dovuto parlare con urgenza. A quanto si apprende il suicidio sarebbe legato a motivi familiari. Gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, difensori dei familiari delle vittime della Banda della Uno bianca, proprio ieri hanno fatto sapere che avrebbero chiesto alla Procura, tramite una istanza di integrazione e approfondimento investigativo, di acquisire il fascicolo processuale di Gugliotta per verificare quali accertamenti tecnici e investigativi siano stati effettuati sulle circostanze del decesso e, nel caso non fosse stato fatto, di disporre il sequestro di tutti gli apparati telefonici e informatici a disposizione di Gugliotta al momento del decesso.
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Le indagini su Roberto Savi dopo l'intervista a Belve
Nei giorni scorsi, sempre nell'ambito del caso della Uno Bianca, sempre i magistrati di Bologna, che da tre anni hanno ripreso in mano le indagini sulla Banda della Uno Bianca, hanno deciso di sentire nuovamente Roberto Savi, 'il corto', l'ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi del gruppo criminale, in carcere dal 1994, che, nel corso di una intervista televisiva a Belve Crime, ha parlato delle "coperture" da parte dei Servizi di cui avrebbe usufruito insieme ai suoi sodali. Affermando inoltre che il vero obiettivo della rapina all'armeria di via Volturno era eliminare l'ex carabiniere Pietro Capolungo, anche lui "ex dei Servizi". Ovviamente i pubblici ministeri che indagano sulla Banda, con l'ipotesi di concorso in omicidio, dopo l'esposto presentato nel 2023 dai familiari delle vittime, acquisiranno presto il girato integrale dell'intervista, circa tre ore.
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Alberto Savi è in semilibertà a Padova
Intanto, secondo quanto riportato dal Resto del Carlino, è emerso che Alberto Savi, il più giovane dei tre fratelli della banda della Uno bianca, è in semilibertà da qualche tempo. Detenuto a Padova al 'Due Palazzi', il suo reinserimento è intrapreso da tempo e dal 2017 gode di permessi, che avevano scatenato la rabbia dei parenti delle vittime. Anche Alberto è stato condannato all'ergastolo, ma il suo percorso successivo è differente da quello dei due fratelli Fabio e Roberto, i leader del gruppo, che invece sono in carcere ininterrottamente dal 1994, quando ci furono gli arresti. Secondo quanto appreso, Alberto Savi lavora in una cooperativa sociale padovana, 'All'opera', nata da due ex detenuti che sono diventati imprenditori. Esce dal carcere per andare al lavoro, in un ufficio, e rientra la sera, è stimato dai colleghi per come svolge le proprie mansioni. Qualche mese fa c'era stato però un problema, in seguito rientrato. Pare che sia stato trovato positivo, non è chiaro se ad alcol o agli stupefacenti e per questo la semilibertà era stata sospesa. Poi però lo stesso Savi avrebbe dimostrato che gli esami a cui era stato sottoposto erano sbagliati. Motivo per cui è stato riammesso al beneficio.
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