Uno Bianca, storia della banda che seminò il terrore in E. Romagna tra il 1987 e il 1994

Cronaca
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Una scia di sangue lunga sette anni. Il gruppo uccise 24 persone e ne ferì più di cento, colpendo banche, caselli, supermercati e obiettivi civili. La svolta arrivò nel 1994, quando le indagini interne portarono all'arresto dei fratelli Savi e degli agenti coinvolti

Una scia di sangue lunga sette anni. La Banda della Uno Bianca, nota organizzazione criminale quasi interamente formata da poliziotti in servizio, dal 1987 al 1994 ha terrorizzato e segnato l'Italia, in particolare Emilia Romagna e Marche, lasciando 24 morti, oltre 100 feriti e un'infinità di reati. Il gruppo era guidato da Roberto Savi, assistente capo della Questura di Bologna, affiancato dai fratelli Fabio e Alberto Savi. Alla struttura partecipavano anche altri agenti: Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli. Il nome della banda fu coniato dalla stampa nel 1991, benché l'utilizzo effettivo di una Fiat Uno bianca sia stato accertato in soli 17 episodi. 

L'attività criminale (1987-1994)

Tra il 1987 e il 1994 la banda realizzò oltre 100 azioni delittuose, colpendo banche, caselli autostradali, supermercati, distributori di carburante, uffici postali, un'armeria e una tabaccheria. Il bilancio complessivo è tra i più gravi della storia criminale italiana recente.

La stretegia operativa e gli episodi più rilevanti

Il gruppo agiva con modalità paramilitari, sfruttando conoscenze interne su pattugliamenti, frequenze radio e procedure operative. L'uso ricorrente della Fiat Uno Bianca, un modello estremamente diffuso, contribuì a rendere la banda difficilmente individuabile per anni. Tra gli episodi più efferati si ricordano: l'eccidio del Pilastro, nel gennaio 1991, dove furono trucidati tre giovani carabinieri; la rapina con omicidio all'armeria di Bologna nell'aprile 1991, dove vennero uccisi Licia Ansaloni, titolare dell'esercizio, e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione; gli agguati razzisti contro campi nomadi e venditori ambulanti. Per un totale di 103 azioni delittuose: 22 banche, 18 caselli autostradali, 20 distributori di benzina, 15 supermercati, 9 uffici postali, 1 armeria e una tabaccheria.

La svolta investigativa 

La caccia alla banda della Uno Bianca vive la sua svolta cruciale nel novembre di 32 anni fa, quando l'allora ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza della Questura di Rimini, studiate le mosse dei killer, si insospettiscono di un'auto e la seguono, finendo in una villetta a Torriana, nel riminese: si tratta dell'abitazione di Fabio Savi, fratello di Roberto Savi. Pochi giorni dopo, durante verifiche interne presso la polizia amministrativa di Bologna, un agente riconobbe l'identikit di Roberto Savi, rivelando che il sospettato era un collega in servizio presso la sala operativa. 

Gli arresti e le condanne

Il 21 novembre 1994 Roberto Savi fu arrestato mentre era in servizio alla Questura di Bologna. In manette finirono anche il fratello Fabio, il terzo fratello Alberto, e gli agenti Vallicelli, Gugliotta e Occhipinti. Nel marzo 1996 si conclusero i processi con la condanna all'ergastolo per i tre fratelli Savi e per Occhipinti e ventotto anni di carcere a Gugliotta, poi ridotti a diciotto. Vallicelli, ritenuto componente minore della banda, patteggiò una pena di tre anni e otto mesi.

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