Chi è Cinturrino, agente indagato per l'omicidio a Rogoredo. Testimoni: "Chiedeva pizzo"
CronacaL'assistente capo, 41 anni, del commissariato di Mecenate è indagato per omicidio volontario. Testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano di richieste quotidiane di denaro e droga e di pressioni sugli spacciatori della zona. Altri quattro agenti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, mentre emergono dubbi sul metodo operativo e sul ruolo dominante di Cinturrino nella squadra
L'assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, è il poliziotto che lo scorso 26 gennaio ha ucciso con un colpo di pistola alla testa il 28enne Abderrahim Mansouri durante un controllo antispaccio nel boschetto della droga di Rogoredo. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga al ragazzo. Alcuni conoscenti della vittima, ora ascoltati nell'indagine, hanno riferito che le richieste sarebbero state quantificate in 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Mansouri, stando ai racconti, avrebbe confidato a più persone di aver rifiutato quelle pretese e, da quel momento, avrebbe iniziato ad avere paura del poliziotto che ora è indagato per omicidio volontario.
Gli altri agenti coinvolti
Oltre a Cinturrino, la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati altri quattro poliziotti, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso. L'assistente capo aveva dichiarato di aver sparato dopo che Mansouri gli avrebbe puntato contro una pistola, poi risultata una replica di Beretta 92 con tappo rosso. In realtà, secondo gli accertamenti, l'arma sarebbe stata messa accanto al corpo solo in un secondo momento, dopo che Cinturrino aveva chiesto a un collega di recuperare uno zaino dal commissariato di Mecenate. Il collega ha sostenuto di non sapere che cosa contenesse la borsa che probabilmente custodiva la finta pistola.
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Chi è Carmelo Cinturrino
Cinturrino è assistente capo al commissariato di Mecenate e figura considerata tra le più esperte della squadra operativa. Davanti al pm Giovanni Tarzia, poche ore dopo la sparatoria, ha rivendicato la sua profonda conoscenza dell'area di Rogoredo. Con una quarantina di arresti nell'ultimo anno, quattro solo dall'inizio del 2026, la sua attività sul territorio gli aveva fruttato riconoscimenti ufficiali, tra cui una menzione dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli nel 2017, oltre a stima e apprezzamenti interni. Proprio questa lunga esperienza, però, secondo alcune testimonianze, lo avrebbe reso una figura dominante, capace di condizionare i colleghi più giovani.
Ombre sul suo operato
Con l'apertura dell'indagine per omicidio, attorno alla figura di Cinturrino stanno emergendo numerosi interrogativi. Alcune voci ipotizzano una sua vicinanza a pusher attivi in uno stabile popolare dove la moglie dell'agente lavora come custode, altre sostengono che il poliziotto imponesse una sorta di pizzo agli spacciatori della zona, ricorrendo a pressioni e arresti nei confronti di chi non accettava le sue richieste. Tutte ipotesi che gli inquirenti stanno verificando. Durante gli interrogatori, i quattro agenti indagati avrebbero descritto episodi di arresti forzati, interventi evitati e comportamenti violenti nei controlli. I più giovani avrebbero inoltre riferito di essersi sentiti condizionati dall'esperienza e dal carattere del collega più anziano, al punto da non opporsi o non intervenire in alcune situazioni.
I timori della vittima
In questo caso specifico, il fratello della vittima aveva riferito che Mansouri aveva paura "del poliziotto di Mecenate" perché "gliela aveva giurata", sospettando che quel 26 gennaio si sia trattato non tanto di un errore, ma di una "vendetta".
Il ritardo nei soccorsi
Se i poliziotti avessero chiamato i soccorsi immediatamente, Abderrahim Mansouri avrebbe potuto avere una possibilità di sopravvivenza. È la valutazione ritenuta plausibile dal medico legale Michelangelo Bruno Casali, consulente degli avvocati di parte civile Debora Piazza e Marco Romagnoli. Secondo l'esperto, che ha partecipato all'autopsia condotta da Cristina Cattaneo, il giovane marocchino è morto tra forti sofferenze a causa di una grave emorragia, un quadro compatibile con quanto lo stesso Cinturrino aveva descritto al pm Tarzia parlando dell'agonia della vittima.
Il ritardo nei soccorsi - quantificato in 23 minuti dallo sparo all'intervento - potrebbe assumere rilievo nella ricostruzione delle responsabilità sotto il profilo civilistico e nella valutazione di eventuali risarcimenti ai familiari di Mansouri.