Il cooperante veneziano è tornato in Italia dopo 423 giorni trascorsi, senza un chiaro motivo, in un carcere di massima sicurezza a Caracas. I detenuti, ha raccontato Trentini in un intervista a Che tempo che fa, nei giorni dell'operazione statunitense in Venezuela avevano capito che qualcosa di grosso stava succedendo ma "abbiamo saputo con giorni di ritardo del prelevamento di Maduro".
"Verso gennaio dell'anno scorso, senza tanti giri di parole, il direttore del carcere ci ha detto che eravamo delle pedine di scambio". Alberto Trentini racconta così a Che tempo che fa gli infiniti 423 giorni vissuti in prigionia in Venezuela. Il cooperante veneziano era arrivato a Caracas il 17 ottobre 2024 e, dopo essere stato fermato in un posto di blocco, era stato portato in un carcere di massima sicurezza alle porte della capitale Venezuelana. La sua prigionia, iniziata il 15 novembre 2024, è terminata il 12 gennaio 2026. A poco più di due settimane dal suo rientro in Italia, Trentini ha raccontato gli interminabili giorni in Venezuela, tra paure e insicurezze.
L’arresto
“Mi hanno preso in una zona vicino alla Colombia, in un posto di blocco fisso", ha raccontato il cooperante parlando del momento dell’arresto. "Ci siamo resi conto che non c'era stata la convalida dell'arresto e che tantissimi stranieri, eravamo 92, erano messi negli stessi padiglioni e tutti avevano storie simili, chi era stato preso in transito addirittura all'aeroporto di Caracas". Le motivazioni che hanno portato alla detenzione di Trentini non sono mai state chiare. "Mi hanno guardato il passaporto, si sono subito incuriositi, mi hanno chiesto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate e dopo circa un'ora si presentato il controspionaggio militare che mi ha obbligato a consegnargli il cellulare. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa quattro ore". E ha aggiunto: "Due giorni dopo il fermo mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas, poi mi hanno portato in una stanza molto calda dove mi hanno sottoposto alla macchina della verità".
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Le condizioni a Rodeo
Nel carcere di Rodeo 1 a Caracas, ha raccontato ancora Trentini, "ho cambiato molte celle, però erano tutte e due metri per quattro, con una 'turca' che faceva da latrina ma anche da doccia, con un rubinetto sopra". Il cooperante ha raccontato che stavano in due per ogni cella. I cambi di cella "non erano mai giustificati, come nessuna azione all'interno del carcere era giustificata, almeno a noi. Venivano, dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose, e ti cambiavano di cella". Le condizioni "erano molto molto dure. Avevamo l'acqua due volte al giorno, quest'acqua serviva per farci la doccia e per la latrina, in orari differenti, quando volevano loro. Pochissimi libri; mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà; ne ho recuperato un paio di fortuna che mi permettevano perlomeno di vedere la faccia della persona con cui interagire, oppure di giocare a scacchi. Sono un regalo che ho ricevuto dai ragazzi colombiani che erano detenuti con me. Mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine fatte con carta igienica sapone e acqua, quelle nere un po' colorite col caffè. Questo era il più bel regalo perché alla fine mi permetteva di giocare con le coordinate, con la cella di fronte".
Le condizioni nel carcere erano molto dure, specialmente a livello psicologico. "Violenze fisiche non ne ho subite - ha spiegato - le riservavano in genere alle persone che sospettavano di aver commesso qualcosa. So di persone che le hanno subite ma nel mio caso per fortuna no". Invece, ha sottolineato, “le violenze psicologiche, lo stesso fatto di non sapere mai quando finirà, di non potere avere assistenza legale di per sé, secondo me ci sono state. Scrivevamo con un pezzetto di muro, riuscivamo a scrivere sulla parete e avere il conto dei giorni. Sapevo sempre che giorno era però non sapevo quando era la domenica di Pasqua".
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La liberazione
La liberazione è avvenuta dopo la cattura di Maduro con l’operazione statunitense voluta dal presidente Trump. "Sapevamo che qualcosa si muoveva, come il movimento delle navi statunitensi il 15 agosto; quello che invece abbiamo saputo con giorni di ritardo è stato l'intervento statunitense nel prelevamento di Maduro", ha raccontato il cooperante. "Il flusso di informazioni era già molto migliorato, avevamo più accesso a informazioni. Però era tutto un passaparola, quindi le informazioni venivano ingrandite, ricordo benissimo che dopo il movimento della flotta Usa qualcuno gridava dalla finestra 'in una settimana siamo fuori'. Cercavamo di mantenerci 'allenati' con un programma di propaganda che ci obbligava ad ascoltare ogni mercoledì".