Omicidio Saman Abbas, i giudici: "Uccisa dal clan, non sopportavano la sua autonomia"

Cronaca

È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna all'ergastolo per i genitori e i due cugini e a 22 anni per lo zio della 18enne pachistana scomparsa e uccisa a Novellara (Reggio Emilia) tra il 30 aprile e l'1 maggio 2021. La determinazione omicida, dicono i giudici della Corte di assise di appello di Bologna, è stata assunta "dal clan con fredda lucidità e programmata per un congruo lasso di tempo"

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Saman Abbas è stata uccisa con premeditazione dal clan fammiliare che non sopportava il desiderio di autonomia della ragazza. A dirlo è la Corte di assise di appello di Bologna nelle motivazioni della sentenza di condanna all'ergastolo per i genitori, i due cugini e a 22 anni per lo zio della 18enne pachistana. Saman era scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021. I suoi resti sono stati ritrovati più di un anno dopo, il 19 novembre 2022, in un casolare abbandonato vicino all’abitazione della famiglia Abbas: poi, il 4 gennaio 2023 la conferma dell’identità. La determinazione omicida, affermano i giudici, è stata assunta "dal clan con fredda lucidità e programmata per un congruo lasso di tempo, ritenendosi insopportabile il fatto che Saman avesse deciso non solo di scegliere di vivere liberamente e in piena autonomia la propria vita" ma anche "in distonia con i valori etici e il credo religioso" della famiglia.

Genitori non esecutori materiali

Pur essendo stati condannati all'ergastolo, i genitori di Saman Abbas non sono stati gli esecutori materiali dell'omicidio. Anche questo dicono le quasi 500 pagine di motivazioni della sentenza pronunciata lo scorso 18 aprile. Per giudici della Corte di assise di Bologna, che quindi non concordano con la Corte di Reggio Emilia, che aveva identificata nella madre una possibile esecutrice, il ruolo di Shabbar Abbas e della moglie Nazia Shaheen è stato quello di pianificare l'esecuzione della figlia "per motivi culturali" e di accompagnarla, la notte del 30 aprile 2021, nel luogo in cui è stata uccisa. L'omicidio sarebbe stato dunque commesso, per la Corte, in concorso dallo zio Danish Hasnain e dai cugini Noman Hulaq e Ikram Ijaz, che l'attendevano al buio nello stradello davanti a casa di Novellara. All'azione avrebbero preso parte infatti, secondo quanto emerge dalle prove raccolte, tre persone: due più colui che materialmente ha strozzato la 18enne e che la sentenza non individua con certezza. Le stesse tre persone avrebbero anche sepolto la giovane nella fossa, scavata in precedenza e poi allargata.

Il ruolo dei cugini

Noman Hulaq e Ikram Ijaz, i due cugini di Saman, erano stati assolti in primo grado e poi condannati all'ergastolo. Il loro comportamento criminoso, spiegano i giudici, si risolve "nell'indifferente esecuzione di una giovane ragazza in un contesto di acritico assenso alla determinazione del clan". Per la Corte di assise di appello di Bologna i due, con il loro comportamento, "hanno reso di agevole esecuzione un proposito omicida che senza il loro consenso avrebbe conosciuto ben più importanti difficoltà di realizzazione". Tra le prove indicate a carico dei due cugini, che si sono proclamati innocenti nelle dichiarazioni fatte in aula, c'è la circostanza che il fratello di Saman, testimone, ma anche il padre e lo zio (coimputati), li collocano sul luogo del delitto nelle ore in cui la ragazza è stata assassinata. In casa, inoltre, sono state trovate le pale con cui con probabilità è stata scavata la fossa per la ragazza. C'è poi un profilo genetico di Ijaz su un indumento dello zio Danish Hasnain e infine la precipitosa fuga all'estero, quando ancora dell'omicidio uffialmente non si sapeva ancora nulla. 

Fratello di Saman estraneo ai fatti

Di fondamentale importanza per chiudere il processo è stata la testimonianza del fratello minore di Saman che, per i giudici, ha fornito "una ricostruzione articolata, coerente e credibile degli eventi quantomeno nel loro nucleo essenziale". Se per la Corte di assise di Reggio Emilia la sua era una voce non attendibile, per i giudici di appello si è invece "delineata una figura di giovane ragazzo che vive in un Paese che non sente come il suo, quasi esclusivamente all'interno di un microcosmo costituito dal proprio clan familiare che improvvisamente viene privato della propria sorella, certamente un punto fermo affettivo per lui". La sua posizione è "di assoluta estraneità al concerto criminoso, ed è stato anzi considerato dai familiari un impiccio alla consumazione" del delitto. Anche quando mostrò ai genitori le chat di Saman col fidanzato, il fratello, all'epoca sedicenne, lo avrebbe fatto "nel convincimento che al più la sorella sarebbe stata redarguita o punita".

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