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Griffi: “Ferrovie del Messico è un romanzo antimilitarista come me”

Cronaca

Ludovica Passeri

Abbiamo incontrato l'autore del "caso letterario" dell'anno a Torricella Peligna, al John Fante Festival "Il dio di mio padre". Ci ha raccontato come si scrive un libro quando si lavora sei giorni su sette in un circolo golfistico e dell'anno che passò a fare fotocopie 

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Gian Marco Griffi, autore di Ferrovie del Messico (Laurana, 2022), in Messico non c’è mai stato. Se lo avesse visitato, forse non avrebbe scritto il romanzo considerato la rivelazione dell’anno, perché è stato fondamentale nell'atto creativo quello che chiama il fattore "salgariano", lo scrivere di una terra di cui non si sa nulla. "Avevo bisogno di ignoto, di parlare anche di cose che non conoscevo", spiega. Così la sua storia ambientata nel '44 nella Repubblica Sociale e in particolare ad Asti – un posto che conosce bene perché come il protagonista, Cesco Magetti, è nato e cresciuto lì – fa incursione in America centrale, ma anche a Berlino, ma anche alle isole Samoa. Viaggia nello spazio, salta elasticamente da un anno all'altro e lambisce con ironia i campi della conoscenza più inaspettati. C'è l'odontoiatria - Cesco è perseguitato da un terribile mal di denti, il birdwatching, la botanica, una molteplicità di mondi che non si possono elencare tutti. E una storia d'amore che si regge su una figura femminile fuori dall'ordinario. Di Tilde si innamora, inevitabilmente, anche il lettore, come della Violante di Calvino o della Pisana di Nievo. Ferrovie del Messico sembra sia stato scritto in un'altra epoca: mentre scorrono le pagine – scorrono come scorre l'acqua di un fiume perché è un libro fluviale – ci si rende conto che dalla letteratura contemporanea possiamo ancora pretendere di impressionarci, stupirci e spiazzarci come sanno fare solo i classici. Abbiamo incontrato Griffi a Torricella Peligna (Chieti), in occasione del Festival John Fante.

 

Chi è Gian Marco Griffi?

Gian Marco Griffi è un tizio di 45 anni, 46 a dicembre, che dirige un circolo di golf e per passione scrive. Mi sono sempre definito uno scrittore del lunedì, perché io di domenica lavoro e il lunedì è il mio giorno libero. Nella vita faccio tutt'altro. Ho amato sempre la letteratura e la lettura prima di tutto. Mi piace raccontare storie.

 

Ha scritto questo “mattonazzo” di 800 pagine così denso ed enciclopedico solo nel suo giorno libero?

È un romanzo della pandemia. Quasi tutta la parte più importante è stata scritta durante il lockdown. Il circolo era chiuso e avevo molto tempo libero. Per la prima volta nella mia vita ho potuto dedicarmi completamente alla scrittura, sette giorni su sette. Quando il resort è chiuso, c'è la serenità giusta. Quando è aperto, no. Abbiamo 40 camere di hotel, piscina, tennis, bar, ristoranti. Una gran confusione, insomma.

 

Cosa l'ha spinto a scrivere?

Giulio Mozzi (N.d.R. uno dei più importanti editor italiani) mi propose di pubblicare un mio libro per la sua collana che sarebbe stata di lì a poco inaugurata, "fremen". Io non avevo nulla e poi poco alla volta mi è venuta questa illuminazione ed è iniziato il viaggio. Per me non c'è semplicemente la voglia di raccontare una storia, ma anche quella di approfondire la lingua italiana. La mia scrittura è basata sulla ricerca linguistica e su questo desiderio di creare una mia lingua personale. Se c'è stata una scintilla, è stata linguistica. 

 

Allora non posso non chiederle cosa significhi "sfilosomiato", uno degli aggettivi che usa nel libro.

È un termine dialettale piemontese che viene italianizzato. Si usa quando una persona è talmente stanca, stravolta da perdere i connotati del viso. "Sfilosomiato" è quando ci si innamora e si viene travolti, quando Cesco incontra Tilde. Fa freddo, ma lui è accaldato dall’amore che prova e dal colpo di fulmine.

 

Tilde è un personaggio fondamentale per il romanzo. Da dove nasce?

Rappresenta un prototipo di donna forte che riesce o prova a ribellarsi all’autorità statale ma anche familiare. È una donna che incarna la letteratura e la voglia di emancipazione. Sarà che io ho sempre avuto a casa degli esempi di donne forti e indipendenti. Donne che hanno amato profondamente la letteratura. Le donne leggono di più degli uomini, letteratura è donna. Così è nata Tilde.

 

Il protagonista maschile non è altrettanto eroico. Cosa voleva rappresentare?

È uno che si ritrova in un certo periodo storico e non ha la forza di volontà per migliorare il mondo intorno a sé, immerso nell'ignavia, un brodo da cui non riesce a uscire e ne rimane invischiato. Quel brodo è essere fascisti repubblichini nel '44 nel Nord Italia. La storia di Cesco è abbastanza comune. Era molto più difficile prendere la decisione contraria: quella di unirsi ai partigiani, perché comportava un forte rischio per sé e per la propria famiglia. Quella era la vera decisione da prendere. Chi non l’ha presa si è ritrovato dalla parte sbagliata della storia. Magetti ci finisce per pigrizia.



Perché ha scelto il '44, l'Italia divisa e in particolare un punto di vista interno alla RSI?

Ho scelto quel periodo storico perché ha fondato il futuro della Repubblica italiana. È stato il primo passo verso l’abbandono della monarchia che poi si è verificato in tutt’altro frangente, per fortuna. Naturalmente ci siamo portati dietro per moltissimo tempo, e forse ce la portiamo ancora adesso, la dicotomia tra fascisti e antifascisti che noi tendiamo a vedere erroneamente da un punto di vista politico, come una cosa di partiti.

 

Che cosa vuol dire allora "antifascismo"?

È una condizione umana. Credo che l’essere umano debba essere antifascista, a qualunque tipo di schieramento appartenga. Posso essere di destra e essere anche antifascista, anzi dovrei esserlo, perché questo significa essere umani, essere contro i soprusi e a favore di qualunque tipo di diritto. Questo è un romanzo antifascista e apolitico.



Qual è il suo rapporto con la guerra?

Io sono stato obiettore di coscienza. Non è un caso se Ferrovie del Messico è un romanzo antimilitarista. Sono un antimilitarista convinto. Credo che potremmo fare tranquillamente a meno delle armi, se volessimo. La verità, però, è che non lo vogliamo. Scelsi il servizio civile alternativo e mi assegnarono alla Provincia di Asti. Feci delle gran fotocopie. La nota positiva di tutto quell’anno buttato fu che conobbi la mia futura moglie. 

 

Quanto era lontana la letteratura?

Molto lontana. Leggevo e in realtà già scrivevo. Nella mia vita ho sempre scritto, ma probabilmente non avevo ancora grandi pretese di essere letto.

 

Nel 2019 aveva pubblicato una raccolta di racconti che vendette 148 copie. Ferrovie del Messico l'ha catapultato nella dozzina finalista dello Strega. Come ha vissuto la partecipazione a un grande premio nazionale?

Diciamo che lo Strega è stata una bellissima esperienza perché ha permesso al mio libro di essere letto da gente che altrimenti non lo avrebbe mai preso in mano. C’è stato un passaparola formidabile, un successo inaspettato. Poi lo Strega è un gioco e come in tutti i giochi si vince e si perde. È normale che resti un pizzico di delusione.

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Lei utilizza molto Facebook. È uno scrittore social?

Sono da poco sbarcato su Instagram, ho 600 follower e un solo post pubblicato (N.d.R. La didascalia alla prima foto recita "Il mio primo post su Instagram"). Su FB mi metto un paio d’ore la sera. Non posto cose personali perché penso non interesserebbero a nessuno. Promuovo la mia scrittura: quello che mi piace fare è scrivere e FB mi dà questa opportunità. Pubblico dei racconti, dei resoconti delle mie vicende letterarie. 

 

Per il suo romanzo che è così ricco di digressioni, sconfinamenti e parentesi ha dovuto studiare molto?

Quando si è trattato di scrivere un capitolo su una particolare conformazione del terreno e del paesaggio del Monferrato ho deciso di ambientarlo in un campo di golf perché del golf non avevo bisogno di studiare nulla, sapevo già tutto. Poi ci sono altri temi che ignoravo e mi sono dovuto mettere a studiare di buzzo buono. Tipo di Messico non ne sapevo nulla, o quasi. Mi sono letto anche un manuale dell’assistente di poltrona dei dentisti di quegli anni, per non parlare delle ricerche storiche. Non i libri di storia tout court, ma i diari, le fonti della vita di tutti i giorni, testi che mi aiutassero a capire la quotidianità. Poi la lingua, tanta ricerca linguistica.

 

E come è finito alle ferrovie messicane?

Io volevo che il mio protagonista fosse posto di fronte a una questione quasi irrisolvibile, del tutto irrilevante, ma che gli potesse cambiare la vita. Gli viene rivolto un ordine strampalato: disegnare una carta delle ferrovie del Messico. L'Intrecciarsi di caso e destino è un tema che entra molto nella mia letteratura. Un fatto casuale può cambiare la vita di una persona. La domanda che mi faccio è fino a che punto possa cambiarla. Per rispondere a questo interrogativo ho avuto bisogno del Messico, di un altrove assurdo rispetto ad Asti, ai dintorni, al Monferrato, alle colline che circondano la mia città.

 

Ha in programma di andarci in Messico?

A fine novembre sono stato invitato al Festival Internazionale del Libro di Guadalajara. Ci andrò. Potrò finalmente verificare se esistono davvero queste ferrovie del Messico.

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