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Filiazioni coppie gay, da dove vengono i bambini e a chi appartengono

Cronaca

Domenico Barrilà

©Getty

L’amore filiale e genitoriale è indifferente alle forme e alle caselle in cui decideremo di ospitarlo, forme che non possono essere quelle decise da persone che ritengono di potere fermare il tempo e con esso i cambiamenti che irrimediabilmente si faranno presenti. Nel dibattito di questi giorni sul riconoscimento dei bambini nati da coppie omosessuali manca proprio la capacità di partire da questa elementare premessa

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Quando ero piccolo, nel quartiere dove sono cresciuto le persone non ti chiedevamo “come ti chiami” ma “di chi sei”, e ogni bambino era fiero di dire il nome dei genitori, perché per ogni creatura che non conosce le convenzioni e le sottigliezze degli adulti, il sogno dell’infanzia è appartenere.

 

Un sogno che lo accompagnerà per tutta l’esistenza, consegnandogli una delle poche certezze necessarie alla vita, quella di essere parte di una storia, corta o lunga che sia. Si tratti delle infinite genealogie che vediamo scorrere nelle pagine della Bibbia, quando gli autori di turno vogliono collocare con precisione un personaggio e risalgono sino al primo antenato, oppure si tratti di due semplici persone che ti amano, quelle che ti trovi di fronte e che ti considerano figlio.

 

Nelle fasi in cui si struttura lo stile di vita, quell’insieme di tratti caratteristici che rendono riconoscibile ognuno di noi, parliamo dei primi 5/6 di età, nel bambino prende corpo un intreccio indissolubile tra la certezza della sua appartenenza e la qualità della sua vita mentale, non si tratta, dunque, solo di prossimità, c’è tanto altro, c’è tutto, c’è soprattutto l’amore filiale e genitoriale, un sentimento che resterà accanto a noi e ci aiuterà a diventare più umani, comunque. Indifferente alle forme e alle caselle in cui decideremo di ospitarlo, forme che non possono essere quelle decise da persone che ritengono di potere fermare il tempo e con esso i cambiamenti che irrimediabilmente si faranno presenti.

 

Mi pare che nel dibattito di questi giorni sul riconoscimento dei bambini nati da coppie omosessuali, manchi proprio la capacità di partire da questa elementare premessa, che non potremo mai eludere. Il bambino, da qualunque parte arrivi. Possiamo auto ingannarci per tutta l’estensione della nostra vita, rifugiarci quanto vogliamo nei pronunciamenti giuridici e nelle dispute ideologiche, ma se non ci pieghiamo all’evidenza non riusciremo mai a dare una possibilità a questa difficile vicenda, diventata sfortunatamente soltanto una disputa ideologica.

Un bambino, prima di tutto, dev’essere riconosciuto, “collocato” in quella storia di cui si diceva, perché lui non c’entra con i passaggi che l’hanno condotto qui, dove si trova adesso, a nessun soggetto, privato o pubblico, può essere concesso di collocarlo in una sorta di “ruota degli esposti”, quella bussola girevole dove si collocavano, senza essere visti, i neonati che si volevano abbandonare.

 

Allo stesso modo, un bambino naufrago prima va salvato dall’annegamento e solo dopo si può discettare sulla sua nazionalità o sui suoi diritti.

Una ragazza, adottata in un paese del Sudamerica quando era nata da pochi mesi, mi disse che durante i primi anni il suo desiderio più struggente era vedere una foto della sua famiglia naturale. Ricordo di averle chiesto se avesse nostalgia di quella parte di sé rimasta nel luogo dove vide la luce. “Non ricordo nulla di quelle persone e di quei luoghi, mi preme solo sapere da chi posso avere preso i miei occhi”, precisò, “mi mancava quello, perché il mio carattere arriva dai miei genitori adottivi, le persone che amo di più in assoluto”.

 

I bambini dalle origini complesse sono sempre in cerca di indizi legittimanti, negare loro anche un solo frammento del materiale che serve per sentirsi annidati nel mondo, come tutti gli altri bambini, è un atto contrario agli stessi interessi del mondo, in definitiva una barbarie. Se ci sono, se in qualche modo sono arrivati qui, bisogna accoglierli, favorire il legame coi loro genitori, a prescindere da come costoro lo sono diventati, perché si impianteranno nel Dna del bambino, facendolo sentire al sicuro, anche quando sembra impossibile.

Un giovane uomo, arrivato da me dopo la morte del padre, scomparso a 47 anni per una grave malattia, mi raccontò l’ultimo incontro col genitore morente. “Ero appoggiato allo stipite della porta che dava sulla stanza dell’hospice, tenuta in penombra per rispetto verso papà. Oramai era ridotto a una larva, erano gli ultimi respiri, eppure mi sentivo protetto”.

 

Un frammento di padre è sufficiente, così come un frammento di madre, a dare senso.

Impossibile opporsi, nell’inutile speranza di rovesciare la freccia del tempo facendo in modo che ogni cosa torni dove la vorrebbero i nostri auspici.

Per quanto ci opporremo accadrà comunque ciò che deve accadere.

Richard Feynman, premio Nobel negli anni Sessanta per i suoi studi sulla meccanica quantistica, sosteneva che noi non possiamo insegnare alla Natura come deve comportarsi.

Non è difficile da capire, basterebbe un poco di intelligenza in più e un poco di ostinazione, o forse di ideologia, in meno.

 

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/