Il batterio nell'ospedale di Verona e la morte di 4 neonati

Cronaca

Monica Peruzzi

Il citrobacter koseri è un patogeno rarissimo che, quando colpisce il cervello, può provocare lesioni gravissime, fino a portare alla morte. Il drammatico racconto delle mamme. Reportage di Monica Peruzzi

"È stata un’agonia, finché alla fine si era capito che Alice non sarebbe più stata con noi. Ce la siamo goduta a casa. Ci siamo presi cura di lei fino al 16 agosto.  Dalla sera prima abbiamo capito che Alice se ne sarebbe andata". Perché una mamma lo capisce quando sta per succedere. La voce di Elisa si rompe, quando ricorda quel 16 agosto, il giorno in cui la sua piccola Alice, la bimba che aveva dato alla luce pochi mesi prima, il 4 marzo, muore fra le sue braccia. Gli occhi scuri, si gonfiano di lacrime, che lei cerca di rimandare indietro, scusandosi per non riuscire a tenere per sé il dolore che il pensiero di quell’ultimo abbraccio con la sua bambina, le restituisce ogni volta che ne parla. Alice è l’ultima vittima dell’infezione provocata da citrobacter koseri scoppiata all’interno del reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale della Mamma e del Bambino di Verona.

Il batterio citrobacter koseri

approfondimento

Che cos'è il Citrobacter koseri

 

Il citrobacter koseri è un batterio rarissimo. Neppure l’Iss, l’Istituto Superiore di Sanità, è in possesso dei dati sul numero di infezioni. Se si effettua una ricerca sulla pagina ufficiale del sito non si riesce a trovare alcuna indicazione in merito. Colpisce soprattutto le vie urinarie, ma quando a essere colpito è il cervello, può provocare lesioni gravissime, fino a portare alla morte. Prima di Alice, altri tre neonati erano morti, nel giro di due anni: Leonardo nel 2018, Nina, a fine 2019, Tommaso a marzo di quest’anno. Ci sono bimbi che hanno sviluppato gravi disabilità, dopo essere entrati in contatto col citrobacter. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Commissione regionale istituita dal Governatore veneto Luca Zaia per fare luce su quello che è accaduto in quei reparti, sono 96 i bimbi infettati. Oltre ai 4 che sono stati uccisi dal batterio, altri 9 sono rimasti celebrolesi, mentre la maggior parte ha subito conseguenze molto più lievi. Quel che sembra certo è che sono tutti entrati in contatto col batterio nel luogo in cui dovevano essere più protetti, la terapia intensiva neonatale, dove vengono portati, fra gli altri, i prematuri. Come Alice: nata “settimina”, viene trasferita la notte stessa in quel reparto.

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Il racconto della mamma di Alice

"Avevano fatto i tamponi ed era negativa. Era piccolina, ma sana", spiega Elisa. Alice inizia a manifestare i primi sintomi che qualcosa non andava pochi giorni dopo il trasferimento. Continua a peggiorare finché non sono costretti a intubarla. Passano altri giorni, poi arriva il verdetto: la bimba ha contratto una forma gravissima di meningite da citrobacter koseri. Per Elisa e Simone, papà di Alice, è l’inizio dell’incubo. “Chiedo cosa succederà alla mia bambina? Rimane con me, sarà disabile, potrà parlare, potrà camminare? Voglio capire, da mamma, cosa ci aspetta. Mi dicono: non si può sapere, potrebbe non riuscire a camminare, non parlare, non riuscire a fare entrambe le cose. Sarà il futuro che ce lo dirà”.

Elisa se ne rende conto solo molti mesi dopo, quando parla con Francesca, mamma di una bimba nata prematura nell’aprile del 2019, in quello stesso ospedale, e morta nell’ottobre dello stesso anno.

"Non si distinguevano più emisfero destro e sinistro – mi racconta Francesca, quando la incontro  - Nina respirava e le batteva il cuore, ma per il resto non c'era più nulla. Non c’era un parenchima, nulla. Era rimasto solo il tronco encefalico, nient’altro".

Il quadro clinico di queste bambine è compromesso. Le risonanze magnetiche non lasciano spazio a dubbi.

L’equipe medica, stando alle testimonianze delle mamme, è molto vaga. Le mamme chiedono con insistenza se quel batterio avesse colpito altri bambini.

"Mi dicevano  che no, non c’erano stati altri casi. Forse uno – racconta Elisa – Poi, parlando con le altre mamme nella stanza del tiralatte, scopro che c'erano altri bambini che erano stati contaminati, anche se con danni molto meno gravi. Erano lì da mesi, nella stessa terapia intensiva, che è un grande stanzone. Chi da ottobre, chi da novembre. Allora mi chiedo: se non volevano chiuderla, perché quei bambini non sono stati isolati? Perché hanno messo Alice, che era nata in un altro ospedale, nella stessa stanza?"

Da parte della direzione sanitaria, per ora, c’è molto riserbo. "È un germe sconosciuto, che generalmente non provoca gravi conseguenze – spiega il Professor Massimo Franchi, Direttore del Dipartimento Materno-Infantile dell’Ospedale della Mamma e del Bambino di Verona – In questo caso parliamo di bambini prematuri, che sono molto fragili, che sono sottoposti a manovre continue. Quello che si è sviluppato qui è, a mio avviso, il più grande cluster che sia mai stato registrato".

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Gli altri casi in Italia e nel mondo

Nel Mondo sono stati registrati altri cluster piuttosto numerosi, come a Nantes, in Francia, dove sono stati risolti nel giro di poco tempo. A Borgo Trento, invece, le prime infezioni sono datate 2015. La relazione della Commissione regionale parla di 3000 tamponi eseguiti dal 2018 al maggio del 2020, con 91 casi di positività. Casi che non sono stati segnalati ad Azienda Zero, l’azienda sanitaria regionale.

Il 20 marzo scorso, dall’Ospedale Gaslini di Genova, dove pochi mesi prima era morta Nina, arriva la conferma: a ucciderla, un’infezione provocata dal citrobacter koseri.

Da Genova parte la prima inchiesta

"Quando Nina viene a mancare, il 18 novembre scorso, e questo è il punto fondamentale  – mi spiega – sono stata contattata da tante mamme che mi chiedevano che cosa avesse avuto Nina.  Quando ho risposto citrobacter, hanno iniziato a dirmi: anche il mio, anche la mia. È stato a quel punto che ho capito che forse Nina non era stata solo sfortunata".

Da quel momento Francesca inizia a maturare un sospetto che, piano piano, col passare dei giorni, diventa sempre più concreto: non era la sola a condividere quel destino e si convince che forse la vita della sua bambina poteva essere salvata. Intanto l’emergenza coronavirus è al culmine. Il Veneto è duramente fiaccato, l’isolamento è imposto ovunque. Strutture sanitarie e cittadini sono fermi in un tempo che sembra eterno ma che dà modo a Francesca di riordinare i pensieri. E’ così che matura la decisione di uscire allo scoperto. Il 12 giugno racconta la sua storia alla stampa locale.

Il quotidiano "L’Arena" di Verona pubblica la foto di lei e di Nina in prima pagina. La notizia arriva fino alla direzione sanitaria dell’Ospedale, che annuncia la chiusura del reparto. "Il 12 giugno sono andata a Borgo Trento per capire se avessero davvero chiuso. Invece c’erano ancora mamme e bambini all’interno. Ho fatto un post sui social per denunciare che, nonostante gli annunci, non era stato fatto nulla", ricorda Francesca.

La direzione sanitaria spiega che non è facile chiudere un reparto delicato come la terapia intensiva neonatale da un giorno all’altro. I bimbi sono pazienti estremamente fragili, spostarli potrebbe provocare conseguenze gravissime. Poche ore dopo, però, tutto si ferma.

"Il 12 giugno chiude Borgo Trento, con tutto il clamore fatto dalla mamma di Nina – spiega Elisa – Iniziano a spuntare fuori come funghi questi bambini colonizzati da citrobacter. Ci contiamo e siamo quasi una trentina, chi con problemi più gravi, chi più lievi. C’era chi lo aveva preso ai polmoni, chi alle vie urinarie. Ma siamo quasi una trentina. E allora dico a mio marito: quindi non siamo gli unici, non siamo stati solo sfortunati. Si poteva evitare tutto questo. Nina è nata un anno prima di Alice, quanti bambini si sono ammalati nel frattempo, quanti ne hanno fatti ammalare, sapendolo?"

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Batterio annidato nei rubinetti della terapia intensiva

Dalla Direzione sanitaria, per il momento, c’è il massimo riserbo. "Col senno di poi – sottolinea il Professor Franchi - tutte le cose si possono fare in modo diverso. C’è un’indagine in corso, perché le mamme hanno sporto denuncia. Quello che ho potuto verificare, fino a ora, è che è stato fatto tutto correttamente".

Il sospetto, fina dall'inizio, è che quel batterio si sia annidato nell’acqua. La certezza arriva solo dopo la relazione della Commissione regionale: il citrobacter aveva colonizzato il rubinetto della terapia intensiva neonatale, che era stato letteralmente infestato anche da altri batteri, potenzialmente pericolosi.

"Fino a qualche giorno fa non sapevamo se fosse stato nell’acqua, nei muri o nell’aria – prosegue Franchi – Quello che abbiamo fatto è procedere all’iperclorazione del sistema delle acque, che dovrebbe distruggere questo germe e mettere in sicurezza il reparto".

Dalla fine di giugno vengono anche installati dei filtri sui rubinetti di ogni lavandino dei padiglioni 29 e 30, dove arrivano mamme e bambini.

Le prime risposte

Mano a mano che la verità viene a galla, Elisa e Francesca trovano risposte alle domande che si sono fatte per mesi. Resta il dolore, che nulla potrà cancellare, perché nulla potrà restituire loro quelle bimbe, desiderate e amate. La loro battaglia, oggi, non è solo per la ricerca della verità e delle responsabilità di quanto accaduto, ma per evitare che altre mamme attraversino lo stesso inferno perché non debbano piangere su una bara bianca, invece di giocare con le loro bambine.

"Mi ricordo una bimba, si chiama Giulia, non credo di fare male a dirlo – racconta Elisa – E’ entrata in quella terapia intensiva neonatale una settimana dopo Alice. Sua mamma aveva la maglia della pallavolo, mi ci riconoscevo perché anch’io ho giocato a pallavolo. Le dissi di andare via, che c’era qualcosa che non andava. Mi hanno ascoltata. Le hanno trasferite. Adesso mi immagino che Giulia sia fra le braccia della sua mamma, che sta bene. E questo mi fa stare meglio". 

Se ci siano state responsabilità, sarà compito della magistratura accertarlo. Dopo quella di Genova, anche la Procura di Verona ha aperto un’inchiesta, per lesioni e omicidio colposo. Intanto i vertici dell’Ospedale sono stati sospesi in via cautelare.

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