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Operazione contro clan mafia nigeriana: 32 arresti, accuse di tratta e schiavitù

3' di lettura

Arresti della polizia in Italia e all’estero. Due clan nel mirino. 49 indagati di nazionalità nigeriana. Altre accuse: associazione per delinquere, estorsione, rapina, lesioni, violenza sessuale, sfruttamento della prostituzione. Traffici gestiti anche dal Cara di Bari

Associazione per delinquere, tratta, riduzione in schiavitù, estorsione, rapina, lesioni, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione. Sono queste le accuse per una trentina di persone contro le quali, su disposizione della magistratura di Bari, la polizia sta eseguendo degli arresti in Italia e all’estero. L’operazione ha nel mirino due clan mafiosi nigeriani: i Supreme Vikings Confraternity e i Supreme Eiye Confraternity, meglio noti come "Rossi" e "Blu". Le operazioni illecite, secondo le indagini, venivano gestite anche dal Cara di Bari-Palese (Centro di accoglienza per richiedenti asilo).

Una trentina le misure cautelari

Le misure cautelari sono 32 e sono state eseguite in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Veneto e poi all'estero, in Germania, Francia, Olanda e Malta. Sono 49 in totale gli indagati, tutti di nazionalità nigeriana. L'indagine della Squadra mobile di Bari, con il coordinamento del Servizio centrale operativo e l'ausilio della Divisione Interpol del Servizio per la cooperazione Internazionale di polizia, è coordinata dalla Dda di Bari e dalle pm Simona Filoni e Lidia Giorgio. A farla scattare sono state le denunce di due vittime, a fine 2016, che si dicevano oggetto di pestaggi perché rifiutavano di "arruolarsi" in una delle due gang.

Traffici gestiti dal Cara di Bari

Gli appartenenti alle gang nigeriane, secondo le indagini, controllavano i traffici illeciti in città e in provincia dal Cara di Bari-Palese e poi dal quartiere Libertà dove si erano stabiliti. Gli investigatori hanno accertato che diversi episodi di aggressioni avvenuti negli ultimi anni all'interno del centro di accoglienza - violenza sessuale su connazionali, risse e accoltellamenti - sarebbero riconducibili alle attività delle gang, ritenute vere e proprie associazioni per delinquere di stampo mafioso con suddivisione gerarchica dei ruoli, rituali di affiliazione, ricorso alla violenza e all'intimidazione.

La regola delle "Tre D": donne-denaro-droga

Tra le principali fonti di guadagno dei gruppi criminali nigeriani presenti a Bari e documentate in questa inchiesta, ci sono lo sfruttamento della prostituzione e l'accattonaggio davanti ai supermercati. In particolare, gli investigatori hanno spiegato che alla base dell'attività delle gang c'era la regola delle "Tre D": donne-denaro-droga. Stando alle indagini, le donne - nella maggior parte dei casi oggetto di tratta e sottomesse con violenza fisica e psicologica attraverso riti vudù - erano costrette a prostituirsi. Il denaro che se ne ricavava veniva inviato in Nigeria tramite corrieri o sistemi hawala oppure reinvestito nel traffico di droga (aspetto sul quale le indagini sono ancora in corso). L'inchiesta ha documentato, infatti, una crescita esponenziale dei flussi di denaro dall'Italia verso la Nigeria: nel 2018 - come rilevato da Banca d'Italia - 74,79 milioni di euro, il doppio del 2016 (6,2 milioni mensili di uscite di provenienza illecita).

Data ultima modifica 03 dicembre 2019 ore 12:30

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