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Omicidio Pamela Mastropietro, per i giudici Oseghale agì "con freddezza disumana"

2' di lettura

Dalle motivazioni della Corte d'Assise che ha condannato l'uomo per omicidio volontario, violenza sessuale e vilipendio di cadavere emergono particolari sull'ultima notte della 18enne romana uccisa il 30 gennaio dello scorso anno

Ha agito con "freddezza disumana" Innocent Oseghale, il pusher nigeriano condannato in primo grado all'ergastolo dalla Corte di Assise di Macerata per l'omicidio della 18enne romana Pamela Mastropietro, avvenuto il 30 gennaio dello scorso anno nell'appartamento dell'uomo (TUTTA LA VICENDA). Dalle motivazioni della sentenza, oltre 50 pagine depositate oggi, emergono nuovi particolari alla base della certezza maturata dalla Corte d'assise sulla colpevolezza dell'uomo, condannato per omicidio volontario, violenza sessuale, distruzione e vilipendio di cadavere. 

I particolari dalle motivazioni della sentenza fredda

Oseghale avrebbe agito a mente "fredda e lucida", persino "priva di emozioni", tanto che poco dopo il delitto si è "tranquillamente allontanato da casa per svolgere il suo lavoro" nelle zone di spaccio. Per la Corte d'Assise l'omicida era anche "infastidito dall'odore che proveniva dai resti cadaverici".  Oseghale, secondo la Corte, ha ucciso volontariamente Pamela dopo avere "abusato delle sue condizioni di inferiorità, sicuramente fisica", tanto da avere con lei un "frettoloso rapporto non protetto". Poi nell'uomo sarebbe sorto il timore che Pamela, "una volta ripresasi", uscisse dalla sua abitazione per andare a denunciarlo. Per questo Oseghale l'avrebbe subito dopo uccisa. 

I legali dell'uomo annunciano ricorso

Per i giudici non è invece credibile la testimonianza di Vincenzo Marino, il collaboratore di giustizia che in aula aveva sostenuto di aver avuto dal nigeriano, quando era in carcere, la sua versione dell'omicidio di Pamela. I due legali di Oseghale, Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, lette le motivazioni della sentenza, hanno annunciato che faranno ricorso alla Corte d'Assise di appello di Ancona, perchè ritengono che per l'omicidio e la violenza sessuale non si sia raggiunta la verità "al di la' di ogni ragionevole dubbio". 

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