Paolo Borsellino, chi era il magistrato ucciso dalla mafia

Paolo Borsellino, via D’Amelio dopo la strage e un’immagine del giudice insieme agli amici e colleghi Antonino Caponnetto e Giovanni Falcone
6' di lettura

Il giudice siciliano, componente del pool antimafia, venne assassinato in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, insieme a 5 agenti della scorta. A distanza di 26 anni, la sua morte è ancora avvolta da misteri, come quello dell’agenda rossa, e depistaggi

Paolo Borsellino è stato uno dei magistrati più importanti del pool antimafia, un simbolo della lotta a Cosa Nostra, che ha combattuto per anni prima di essere ucciso insieme alla sua scorta in un attentato, il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, a Palermo. Insieme all’amico e collega Giovanni Falcone, anch’egli ucciso dalla mafia pochi mesi prima, è considerato una delle figure di spicco della guerra alla criminalità organizzata in Sicilia. La sua morte, anche a distanza di anni, è ancora avvolta da misteri, come la sparizione della sua agenda rossa (COSA È), e depistaggi, come dimostrato dai processi.

Chi era Paolo Borsellino

Nato a Palermo nel 1940, dopo la laurea in Giurisprudenza, entrò in magistratura nel 1963 (all’epoca fu il più giovane magistrato d’Italia). Dopo vari incarichi, nel 1975 venne trasferito all’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo. Strinse un rapporto molto stretto con il suo superiore Rocco Chinnici, che prima di essere ucciso nel 1983, istituì il cosiddetto “pool antimafia”, un gruppo di giudici istruttori che, lavorando in gruppo, si sarebbero occupati solo dei reati di stampo mafioso. Borsellino fu confermato nel pool anche dal successore di Chinnici, Antonino Caponnetto. A metà anni 80 Falcone e Borsellino istituirono il maxi-processo di Palermo basato sulle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta. Per ragioni di sicurezza trascorsero anche un periodo all’Asinara, insieme alle rispettive famiglie. Lo storico procedimento nell’aula bunker dell’Ucciardone portò nel 1987 a 342 condanne. Borsellino intanto chiese e ottenne di essere nominato procuratore a Marsala e il pool fu sciolto. Già nel 1991, si scoprì in seguito, la mafia aveva iniziato a progettare l’omicidio di Borsellino, che intanto tornò a Palermo come procuratore aggiunto.

La strage di via D'Amelio

Il 23 maggio 1992 a Capaci, l’amico fraterno Giovanni Falcone venne ucciso in un attentato insieme alla moglie e a tre agenti della scorta. Borsellino denunciò l'isolamento dei giudici nelle ultime interviste, si dichiarò “un condannato a morte”. Il 19 luglio 1992 il giudice andò a trovare la madre in via D’Amelio e al suo arrivo un’auto parcheggiata imbottita di tritolo esplose uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti della sua scorta. Migliaia di persone parteciparono ai funerali ma i familiari rifiutarono quelli di Stato in aperta polemica con il mondo politico, colpevole secondo i parenti di non averlo difeso. La famiglia ha portato avanti una battaglia costante per arrivare alla verità sulla strage, grazie all’impegno dei figli (come Fiammetta che il 18 luglio 2018 ha inviato a la Repubblica una lettera con 13 domande), la sorella Rita, il fratello Salvatore che in diverse interviste ha parlato di “strage di Stato”.

Il mistero dell’agenda rossa

La morte di Paolo Borsellino è rimasta circondata negli anni da episodi dubbi, sospetti e depistaggi. Una delle pagine più misteriose è legata alla sparizione dell’agenda rossa del giudice, un diario da cui Borsellino non si separava mai nelle settimane prima dell’attentato e che non è mai stato ritrovato. "Il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa l'agenda rossa", ha raccontato la figlia del giudice, Lucia Borsellino, chiamata a testimoniare al quarto processo per la strage. Le sue parole sono state confermate dal fratello Manfredi che ha ricordato l’immagine del padre che scriveva "compulsivamente sul diario, e non per appuntare fatti personali. Era un modo per segnare eventi e cose di lavoro importanti". Ai giudici della corte d’Assise ha spiegato che "se non fosse andata persa, le indagini sulla sua morte avrebbero certamente preso un’altra direzione". Manfredi è certo che il diario abbia resistito, come l'altra agenda ritrovata intatta nella borsa del magistrato, alla deflagrazione di via D’Amelio. La valigetta venne restituita dopo qualche settimana alla famiglia. Ma dentro non c’era traccia dell’agenda rossa.

I processi e i depistaggi

Per la strage di via D’Amelio l’iter giudiziario è stato lunghissimo. Confessioni, falsi pentiti, condanne poi ribaltate. Le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sull’attentato scoprendo il depistaggio che era costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti poi scagionati. Si è arrivati al cosiddetto “processo quater”, che ha messo un punto forse definitivo nello stabilire una verità sui fatti. Il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato 1865 pagine di motivazioni per il quarto processo sull’attentato Borsellino, la cui sentenza era arrivata 14 mesi prima. Secondo i giudici si è trattato di “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" con protagonisti uomini dello istituzioni. Il 20 aprile del 2017 il processo aveva portato alle condanne all'ergastolo per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, il primo tra i mandanti, il secondo tra gli esecutori materiali. Altri imputati sono stati condannati per calunnia in quanto finti collaboratori di giustizia usati per creare una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata in precedenza l'ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, i giudici hanno dichiarato la prescrizione concedendogli l'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

I poliziotti rinviati a giudizio

I giudici di Caltanissetta hanno puntato il dito anche contro i servitori infedeli dello Stato autori dei depistaggi. Secondo i magistrati, l’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (ora morto) ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa”. Alcuni investigatori, mossi da "un proposito criminoso", avrebbero quindi indirizzato l'inchiesta e costretto Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato. Inoltre avrebbero compiuto “una serie di forzature, indebite suggestioni, radicalmente difformi dalla realtà”. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini. Il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia in concorso aggravata. Nel settembre 2018, i tre sono stati rinviati a giudizio.

Data ultima modifica 28 settembre 2018 ore 14:14

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