Strage via D'Amelio, giudici: uno dei più gravi depistaggi di storia

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Le motivazioni della Corte di Assise di Caltanissetta sull'attentato al giudice Paolo Borsellino: investigtori mossi da un proposito criminoso. Intanto la procura nissena chiede il rinvio a giudizio per tre poliziottiLE FOTO

"Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" con protagonisti uomini dello istituzioni. La Corte d'Assise di Caltanissetta, che 14 mesi fa concluse l'ultimo processo sulla strage di via d'Amelio che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, non fa sconti (LE FOTO). E in una motivazione lunga 1865 pagine, depositata nel tardo pomeriggio di sabato, punta il dito contro i servitori infedeli dello Stato che imbeccarono piccoli criminali, assurti a gole profonde di Cosa nostra, costruendo una falsa verità sugli autori dell'attentato a Palermo del 19 luglio 1992. Per il depistaggio la procura nissena ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti

Le condanne

Che sarebbe stata una sentenza importante lo si era compreso dalla complessità del dispositivo che, il 20 aprile del 2017, condannò all'ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci, finti collaboratori di giustizia usati per mettere su una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata l'ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, i giudici dichiararono la prescrizione concedendogli l'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

"Investigatori mossi da proposito criminoso"

Ed è a questi "altri" che la Corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza. A quegli investigatori mossi da "un proposito criminoso", a chi "esercitò in modo distorto i poteri". La Corte d'Assise di Caltanissetta, dunque, usa parole durissime verso chi condusse le indagini: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del '92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l'inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato. Sarebbero stati loro a compiere "una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell'agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte".

Cosa Nostra e altri centri di potere

Ma quali erano le finalità di uno dei più clamorosi depistaggi della storia giudiziaria del Paese? si chiedono i giudici. La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, "che viene evidenziata - scrivono i magistrati - dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realta'", e, sospetto ancor più inquietante, "l'occultamento della responsabilita' di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l'opera del magistrato".

L'agenda rossa

I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell'attentato. La Barbera, secondo la corte, ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".

La Barbera è morto, l'inchiesta sulla scomparsa dell'agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta si continuerà a indagare. Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio. E una nuova inchiesta è già in fase avanzata e riguarda i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera. 

Chiesto rinvio a giudizio per tre poliziotti

La Procura di Caltanissetta intanto ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini. L'udienza preliminare non è stata ancora fissata. Il processo è stato chiesto per il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e per i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Per tutti l'accusa è di calunnia in concorso.

Data ultima modifica 01 luglio 2018 ore 16:12

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