Bloccato dall'Etna tra Milano e Siracusa: la mia Odissea a caccia di un volo

Cronaca
Michele Marsico

Michele Marsico

Quattro giorni per raggiungere la famiglia a Siracusa e ripartire, con l'aeroporto di Catania Fontanarossa che apre e chiude al ritmo delle emissioni di cenere dell'Etna. Un volo dirottato a Palermo, lo sbarco caotico a Punta Raisi, 240 chilometri in autobus e infine il volo cancellato. Il racconto in prima persona di un rientro che, mentre scrivo, non è ancora finito

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C'è un proverbio siciliano che mette d'accordo tutti da queste parti: 'A Muntagna duna e 'a Muntagna togghie, la montagna dà e la montagna toglie. L'Etna regala una terra fertilissima (vino, agrumi, frutta che altrove te la sogni) e in cambio, quando le gira, si prende qualcosa. Stavolta si è presa il mio viaggio di ritorno. E mentre provo a tornare alla mia Itaca, che si chiama Milano, mi rendo conto di aver vissuto una piccola Odissea personale: la stessa che in questi giorni riempie le sale, ma senza sceneggiatura e con molta più cenere.

 

Fila 17, posto A

L'antefatto è semplice. Ho quattro giorni liberi in un agosto che si annuncia di lavoro intenso e decido di raggiungere la famiglia a Siracusa. Prenoto voli e autobus con la meticolosità del milanese acquisito: tutto calcolato al secondo. Non avevo però messo in conto che l'Etna volesse dire la sua. Una nuova bocca di fuoco si era aperta sul versante sud-ovest e aveva cominciato a emettere cenere. Non tantissima, a dire il vero, ma quel tanto che basta per far sudare freddo chi gestisce lo scalo di Catania Fontanarossa.

 

Sabato 8 agosto, aeroporto di Bergamo Orio al Serio, ore 6. Sveglia terrificante alle 4 per prendere il bus da Milano Centrale, un cappuccino mediocre alle 5 e poi la coda per il volo Ryanair diretto a Catania. La Muntagna aveva già iniziato a fumacchiare, ma tutti i siti di monitoraggio davano il via libera, semaforo verde. C'era solo un piccolo dettaglio scaramantico a tenermi sul chi vive: posto A, fila 17. Non un gran segnale. Ma chi ci crede più alla scaramanzia?

"Il volo si trasforma"

Salgo a bordo e scopro con piacere che la fila 17 è quella dell'uscita di emergenza: gambe stese come su un lettino da spiaggia, la scaramanzia sembrava battuta in partenza. L'ho pensato fino a quando il comandante, in inglese, non ha pronunciato quelle che sembravano le solite frasi di rito. Il coro di "nooo" che è seguito mi ha fatto capire che avrei dovuto ascoltare meglio. Una parola però l'avevo colta al volo: "Palermo". A tradurre il resto ci ha pensato uno steward solerte: "Ci dispiace comunicarvi che questo volo, a causa dell'eruzione dell'Etna, si trasforma in un Bergamo-Palermo".

 

Si trasforma. Ha detto proprio così. Del resto Circe trasformava gli uomini in maiali, un vulcano può ben trasformare una rotta.

 

Pazienza. Sono stanco per le poche ore di sonno, ma almeno ho spazio per le gambe. Provo a dormire, o almeno ci provo, perché il vicino di posto ha deciso che entrambi i braccioli sono suoi, costringendomi ad accartocciarmi sul lato finestrino. E mentre cerco di assopirmi continuo a chiedermi di chi siano davvero, quei braccioli, ripromettendomi prima o poi di documentarmi sulla questione.

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Lo sbarco di Normandia a Punta Raisi

Arriviamo a Palermo (volo più breve del previsto, unico vantaggio della giornata) e il personale comincia a spiegarci come raggiungere Catania. Le procedure, ormai, sono abbastanza collaudate: ci sarà chi vi indicherà l'autobus e vi darà tutte le informazioni. Stavolta ascolto con attenzione.

 

Peccato che siamo ancora a bordo. Passano i minuti, dieci, il corridoio è già intasato dai "razzi del finger", quelli che con il trolley in pugno scattano fuori appena si apre la porta. Al quindicesimo minuto lo steward invita tutti a sedersi: Punta Raisi è in piena emergenza e non ha scalette a sufficienza per gestire il traffico riversatosi lì con la chiusura di Catania. Al venticinquesimo minuto finalmente scendiamo.

 

Più che uno sbarco pareva lo sbarco in Normandia. Viaggiando da solo, con lo zaino in spalla, mi lascio dietro quasi tutti, ma non conoscendo lo scalo mi ritrovo in mezzo a centinaia di persone che ne sapevano ancora meno di me. Confuso, sudato, circondato da tassisti che promettevano "aeroporto Catania 8 euro" (ma sarà stato vero?), decido di seguire un gruppo di norvegesi: sembravano più sicuri degli altri. E i vichinghi, in effetti, mi hanno guidato fino al parcheggio dei bus.

 

Era l'anticamera dell'inferno: un solo autobus, quattrocento persone in attesa sotto il sole, un unico addetto che urlava di raccogliere soltanto i passeggeri diretti a Malta. Perché proprio quelli, lo si è capito solo dopo. Nel frattempo molti, io compreso, ci eravamo rifugiati nell'unica striscia d'ombra del piazzale. Poi il miracolo: una fila di bus in coda per entrare e finalmente più addetti a spiegare il meccanismo del "passaggio".

 

Ogni compagnia aveva i suoi pullman, ognuno doveva mettersi nella fila giusta. Ed è lì che è scattato il caos, tra chi non capiva la lingua e i furbetti del "tutti a Catania dobbiamo andare". Alla fine, con qualche lamentela da utente del nord, è partito il controllo dei biglietti e sono salito a bordo. Mi sistemo sul finestrino. Dopo qualche minuto si accomoda accanto a me il compagno dei successivi 240 chilometri: era il ragazzo dei braccioli. "Squadra che vince non si cambia", gli dico mentendo.

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Il ragazzo dei braccioli e il canto delle app

Il viaggio verso Catania è stato una noia lunga e calda: cellulare quasi scarico, impossibile dormire, autostrada tutt'altro che perfetta (a fare il populista verrebbe da chiedere prima le strade e poi i ponti). Alle 12.30 arriviamo finalmente al terminal bus dell'aeroporto di Catania. Il pullman per Siracusa parte alle 13.10: il tempo per un pit stop ai bagni ce l'ho.

 

Entro nello scalo e mi ritrovo in un nuovo girone: migliaia di persone che aspettano, camminano, fissano i monitor, mangiano, dormono, fanno la fila. Coda per il bagno alle 12.40 — ce la faccio — funzioni corporali espletate in tempi fantozziani, e alle 12.55 torno al terminal. E davanti ai miei occhi vedo passare l'autobus per Siracusa. In anticipo? Ma dove ci crediamo di essere, a Milano? Lo fermo agitando mani, piedi e tutto il resto, e finalmente salgo. Direzione casa. Tutto bene, a parte l'aria condizionata guasta. Ma d'altronde non poteva che essere così: l'aria, da queste parti, doveva essere vulcanica.

La guerra del ritorno

I due giorni successivi li passo in un falso relax, perché le notizie sull'Etna e su Fontanarossa non erano mai del tutto rassicuranti. Chiusure a raffica: prima solo gli atterraggi per qualche ora, poi mezze giornate, infine gli stop totali. Comincio a ossessionarmi con i siti sullo stato del vulcano. Mi faccio una cultura sui settori di volo chiusi su Catania — i B1, i B2, i B3, quel maledetto C1 sul quale si sposta la nube — controllo se la mia compagnia del ritorno cancella o dirotta, calcolo come raggiungere eventualmente Palermo o Comiso. Mi preparo alla guerra.

 

Una guerra impari, come quella contro il Ciclope: sai già che l'occhio, prima o poi, ti individua.

La mattina della partenza è il 12 agosto. L'aeroporto è chiuso dalla sera prima, fino alle 11. Non mi fido e cerco alternative, perché il giorno dopo devo essere al lavoro. Aspetto le 11 come la vigilia della Befana e scopro che l'Etna, al posto dei dolci, mi ha portato il carbone: scalo chiuso fino alle 18. Scatta l'allarme rosso e partono le mosse disperate. Arrivo a telefonare all'ufficio stampa della compagnia, e un collega colto da pietà mi fa richiamare dal call center.

 

La telefonata arriva un'ora dopo, alle 13. Una ragazza gentilissima, nonostante immagini giornate di lavoro sfiancanti. È lei a offrirmi la sirena a cui aggrapparmi: "Il suo volo delle 21 è confermato. Guardi, non so perché, ma mi sento che la situazione migliorerà". Lo dice con tono materno. E io, come Ulisse legato all'albero, ci credo e mi lascio incantare. Da quel momento, però, parte l'ossessione per le app dell'aeroporto e della compagnia.

 

Alle 16 la doccia fredda, anche se sarebbe più corretto dire lapilli: aeroporto chiuso per 24 ore. L'ossessione da app prende il sopravvento e lo stato del volo, beffardo, continua a segnalarlo "confermato". Ma lo sappiamo tutti come va a finire. Mi rimetto in coda al telefono: oltre cinquanta minuti di attesa, la musichetta ormai stampata in testa, e alla fine una voce umana: "Il suo volo è cancellato". Mi dica qualcosa che non so. Mi "riproteggono", cioè mi trovano una sistemazione per il giorno dopo. Inutile provare a proporre partenze da altri scali: "Ho solo questo, e altre 50mila persone in coda. Accetta?". Non è un gioco a premi, non ci sono vittorie: solo rassegnazioni. Accetto.

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Un'Odissea che non è ancora finita

Il mio viaggio verso Itaca non è ancora concluso. E c'è un mito da sfatare, quello del "così ti fai un giorno in più di vacanza". Non funziona così: lo stress di non sapere come tornare comincia molto prima del volo, quando ti trovi in situazioni come questa, con Catania incenerita dall'Etna. Io sono fortunato, ho una casa in cui aspettare il prossimo volo e posso lavorare a distanza. Altri no, e a loro va tutta la mia comprensione. Intanto lo smartphone continua a invitarmi a raggiungere l'aeroporto, "rischi di perdere il volo". Io invece mi chiedo soltanto se domani 'a Muntagna mi darà il permesso di partire. Perché alla fine è lei a decidere: gli dèi, qui, hanno la forma di un vulcano.

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