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Morì dopo il trapianto, pm chiede una nuova perizia sul cuore donato

L'ospedale San Camillo di Roma
3' di lettura

La richiesta della procura al gip per fare luce sulla morte di un 60enne deceduto all’ospedale San Camillo nel 2016. Per i legali dei familiari l’organo aveva “patologie pregresse”. Un’altra consulenza aveva invece definito il cuore “idoneo” al trapianto

Non è bastata la consulenza disposta dalla Procura di Milano per chiarire le cause della morte di un sessantenne cardiopatico, deceduto il 5 settembre del 2016 all'ospedale San Camillo di Roma. L'uomo aveva ricevuto un cuore nuovo prelevato a un 48 enne milanese inviato d'urgenza dal San Raffale di Milano. Il pm titolare dell'indagine, Francesco De Tommasi, ha chiesto al gip di disporre una nuova perizia sul cuore attraverso la richiesta di un incidente probatorio già notificato alle parti, tra cui due medici del San Raffaele e tre del San Camillo, indagati per omicidio colposo.

Dubbi su patologia cardiaca pre-esistente

La decisione presa dal magistrato dopo che nuovi accertamenti delle parti offese e dei consulenti del pm hanno sollevato altri dubbi, in particolare sull'esistenza di una patologia cardiaca pre-esistente nel donatore (le parti offese nelle loro controdeduzioni successive alla consulenza parlano addirittura di 3 patologie). Un elemento che, ad avviso del pm, va chiarito attraverso nuove analisi. La consulenza, depositata nel marzo scorso, era arrivata alla conclusione che il cuore trapiantato "non presentava caratteristiche che controindicassero il prelievo e la donazione".

Il parere dei consulenti

Già in quello studio si faceva riferimento a delle "anomalie" del cuore del donatore, non considerandole però così gravi da determinare il fallimento del trapianto. "Si può concludere in un'ottica ex ante - scrivevano i consulenti - che il donatore dell'organo non presentava caratteristiche che controindicassero il prelievo e la donazione dell'organo, che risultava idoneo a scopo di trapianto, e che il rischio di esito sfavorevole era da considerarsi standard e che le anomalie riscontrate nel cuore del donatore potevano al più allertare gli operatori per un monitoraggio stretto post-trapianto, ma niente avrebbero avuto a che fare con l'insufficienza d'organo che si era appalesata immediatamente dopo il trapianto".

Due tesi opposte

Le analisi, condotte dai professori Cristina Basso, Ugolino Livi, Massimo Montisci e Francesco Tona, avevano lo scopo di far luce sulla tragica vicenda e su due tesi diametralmente opposte. Secondo una consulenza disposta dai pm romani e confluita nel fascicolo trasmesso a Milano, al sessantenne cardiopatico - i cui familiari avevano sporto denuncia - sarebbe stato trapiantato un cuore inidoneo.
I medici legali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma incaricati dalla magistratura capitolina di eseguire l'autopsia e di redigere la relativa relazione, avevano concluso che il donatore, in sovrappeso, avrebbe avuto due arresti cardiaci, ritenuti tra le cause della, a loro dire, "insufficienza funzionale dell'organo trapiantato". Tesi opposta, invece, quella dei medici del San Camillo, del San Raffaele e anche del Centro nazionale Trapianti, secondo i quali quel cuore era "perfetto": prima del prelievo non era emersa alcuna evidenza di infarto o lesione ischemica. Ora spetterà al gip Roberto Arnaldi valutare la necessità di una perizia.

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