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Legge Basaglia, 40 anni fa chiudevano i manicomi

7' di lettura

Il 13 maggio 1978 fu approvata la legge 180, che segnò la fine dell'era degli ospedali psichiatrici in Italia, regolamentò il Tso e istituì i servizi di igiene mentale pubblici. La riforma porta il nome dello psichiatra veneziano che ne fu ideatore e promotore

Il 13 maggio 1978 il Parlamento approvò definitivamente la legge 180/1978, conosciuta come legge Basaglia. La riforma, che porta il nome del suo ideatore e promotore, è stata a suo modo storica perché rappresentò la fine dell'era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi. Quella che ufficialmente fu presentata come legge n.180 in tema di "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori", regolamentò anche il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) e istituì i servizi di igiene mentale pubblici, rendendo l’Italia un modello ancora unico in Europa.

Il percorso della legge Basaglia

Prima che venisse approvata la legge Basaglia il dpr del 14 aprile 1978, n.109 prevedeva un referendum popolare per l'abrogazione di alcuni articoli della legge del 1904. Si trattava della disciplina che fino al 1978 regolamentava i manicomi. Tuttavia, in un contesto sociale molto teso (era stato trovato da pochi giorni il cadavere di Aldo Moro), al fine di evitare il referendum che avrebbe probabilmente decretato il mantenimento della vecchia normativa, vennero stralciati alcuni articoli da quest'ultima per formare la legge che venne quindi approvata il 13 maggio 1978, evitando così le urne referendarie. Nella 180/78, presentata in Parlamento da Bruno Orsini, psichiatra e politico della Democrazia Cristiana, confluirono gli articoli riguardanti il Trattamento sanitario obbligatorio e vennero abrogati gli articoli 1, 2, 3 e 3-bis della 36/1904 sulle "Disposizioni sui manicomi e sugli alienati". In realtà, la legge Basaglia in quanto tale non durò molto poiché il 23 dicembre 1978 fu approvata la legge n.833, che istituiva il Servizio sanitario nazionale e conteneva, con alcune modifiche, quasi gli stessi articoli della legge 180.

Un detenuto del carcere psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino (Ansa)

Gli obiettivi della legge Basaglia

Al momento dell’attuazione della legge Basaglia, gli ospedali psichiatrici in Italia erano 60 e nel 1978 ospitavano circa 100mila pazienti. A partire dal 13 maggio negli ospedali psichiatrici potevano "essere ricoverati, sempre che ne facciano richiesta, esclusivamente coloro che vi sono stati ricoverati anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge e che necessitano di trattamento psichiatrico in condizioni di degenza ospedaliera". L’obiettivo della legge era la modernizzazione della psichiatria. Un passo avanti nell’impostazione clinica che avrebbe dovuto instaurare rapporti umani rinnovati con il personale e la società, ridurre le terapie farmacologiche riconoscendo i diritti e le necessità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali. Va anche ricordata la distinzione tra i vecchi manicomi e i manicomi criminali. Questi ultimi furono infatti sostituiti nella metà degli anni ‘70 dai cosiddetti Opg, ovvero gli Ospedali psichiatrici giudiziari. Il 17 gennaio 2012 la Commissione giustizia del Senato ha tuttavia approvato all'unanimità l'emendamento per la chiusura definitiva degli Opg entro il 31 marzo 2013, anche se il decreto legge 31 marzo 2014, n. 52 - convertito in legge 30 maggio 2014, n. 81- ne ha disposto un'ultima proroga sino al 31 marzo 2015. In alternativa agli Opg sono ora attive le Rems (Residenze per le misure di sicurezza), strutture sanitarie residenziali con non più di 20 posti letto. All'aprile 2017, si contano 30 Rems con 596 ricoverati.

L'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, chiuso nel 2013 (Fotogramma)

Chi era Franco Basaglia

Nato a Venezia nel 1924 e morto sempre nel capoluogo veneto nel 1980, Franco Basaglia arrivò alla sua concezione, che sta alla base della legge che porta il suo nome, attraverso una visione fenomenologica della psichiatria. Secondo il medico veneto, infatti, non si poteva ridurre il malato a una serie di sintomi classificati. Non bisognava osservare il paziente solamente dall'esterno. La psichiatria non poteva "oggettivizzare" il malato in una diagnosi. Basaglia affermava che il medico doveva saper avvicinare il paziente mettendosi dalla sua parte, stabilire una relazione con un ascolto attento e partecipe senza temere l'esperienza dell'immedesimazione e della sofferenza. Avvicinandosi al paziente avrebbe dovuto prendere in carico tutta la persona, il suo corpo e la sua mente, il suo essere nel mondo e dunque la sua storia e la sua vita. Basaglia è stato anche il direttore dell'Ospedale psichiatrico di Gorizia prima e di Trieste poi. A lui sono ispirate anche opere cinematografiche e fiction. Su tutte, La seconda ombra, un film del 2000 diretto da Silvano Agosti.

Lo psichiatra veneziano Franco Basaglia (Ansa)

Limiti e criticità attuali della legge Basaglia

"Dal 13 maggio del 1978 è cambiato il volto della malattia psichiatrica nel nostro Paese, ma restano tuttavia molte le criticità da affrontare, a partire da un sistema di assistenza per il quale i finanziamenti sono ancora insufficienti", come spiega l'ultimo rapporto del Governo sulla salute mentale e come afferma lo psichiatra Massimo Cozza, coordinatore del Dipartimento salute mentale (Dsm) Asl Roma 2 (il più grande d'Italia con circa 1,3 milioni di abitanti). Cozza afferma che la situazione attuale è "a macchia di leopardo con grandi differenze regionali, in cui uno dei problemi resta la carenza di personale: quello dei Dsm è di 29.260 unità, sotto lo standard di 1/1.500 abitanti indicato dal Progetto obiettivo salute mentale 1998-2000, secondo il quale gli operatori dipendenti dovrebbero essere circa 40mila. Inoltre i fondi sono insufficienti". Un dato allarmante riguarda anche l'assistenza ai più giovani: "In Italia ci sono solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile", afferma Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza (Sinpia). Risultato: "Solo un terzo dei ragazzini che hanno bisogno di un ricovero in neuropsichiatria infantile per un disturbo psichiatrico acuto - rileva - riescono a essere ricoverati effettivamente in questo reparto".

Italia ultima in Europa per investimenti

Dello stesso avviso è Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria: "Mancano le risorse e il personale, si investe pochissimo nella psichiatria e presto - avverte - non riusciremo più a fare miracoli". A mancare sono soprattutto le risorse: "In 40 anni, sono venti milioni gli italiani curati senza manicomi, ma oggi in assenza di risorse adeguate il sistema dell'assistenza psichiatrica rischia il crollo", afferma Carpiniello. Infatti, i numeri delle malattie mentali sono in costante aumento e tra pochi anni supereranno quelli delle malattie cardiovascolari collocandosi al primo posto a livello mondiale. Ma le risorse investite "sono state inversamente proporzionali: oggi l'Italia - afferma il presidente Sip - è al ventesimo posto in Europa sia come numero di psichiatri sia come spesa per la salute mentale, che è pari a circa il 3,5% della spesa sanitaria a fronte di numeri doppi o tripli di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito dove tale spesa si colloca al 10-15%". Da qui la richiesta degli psichiatri: "È necessario destinare almeno il 6% del budget della Sanità alla psichiatria, che non può più essere la 'cenerentola' del settore".

"Sistema al collasso"

In Italia solo le province di Bolzano e Trento e l'Emilia Romagna investono il 5% del budget sanitario in psichiatria, solo 6 superano la media nazionale del 3,5% e ben 7 regioni sono sotto il 3%. Eppure, spiega Massimo Di Giannantonio, presidente del Collegio degli ordinari di psichiatria, "la legge 180 prevede ad esempio la vendita degli ex manicomi e l'utilizzo dei ricavi per il settore. Ma ciò non è mai stato fatto". Tutto questo a fronte di un costante aumento dei malati: sono 6 milioni gli italiani affetti da un qualche disturbo psichiatrico che necessiterebbe di terapie, mentre oltre 800mila sono quelli in cura presso i Dipartimenti di salute mentale. Per far fronte a questa crescente domanda di assistenza però, è l'allarme della Sip, il personale - dai medici agli infermieri agli assistenti sociali - non basta: è pari nel 2016 a 31mila unità, inferiore del 6% rispetto allo standard previsto per legge. E la situazione peggiore è al centro-sud: "In 6 regioni - afferma Carpiniello - si registra una carenza del 50% o più del personale. Si tratta di Molise, Abruzzo, Umbria, Basilicata, Calabria e Marche". A 40 anni dalla legge Basaglia, conclude il presidente Sip, "è necessario affrontare nuove emergenze e problematiche, per scongiurare il collasso del sistema".

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