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Aldo Moro, a 40 anni dalla tragedia tanti gli enigmi sull'omicidio

8' di lettura

Il 9 maggio 1978 il suo corpo viene trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma. Lo statista viene ucciso dalle Brigate Rosse dopo che il governo Andreotti si rifiuta di trattare. Molti i punti oscuri del suo rapimento

Roma, 9 maggio 1978. In via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, viene trovato il cadavere di Aldo Moro. Lo statista, per 55 giorni ostaggio delle Brigate Rosse, era stato sequestrato in via Fani il 16 marzo. Oggi, a 40 anni di distanza, l'omicidio dell'allora presidente della Democrazia Cristiana rimane ancora uno dei punti più tragici e oscuri della storia dell'Italia del Dopoguerra.

Il ritrovamento del cadavere

Alle 12.30 del 9 maggio 1978 il telefono squilla a casa del professor Francesco Tritto, un assistente universitario di Moro. "Pronto, chi parla?". "Sono il dottor Nicolai", risponde una voce giovane. A chiamare è in realtà Valerio Morucci, uomo delle Brigate Rosse: "Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell'onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c'è una R4 rossa. I primi numeri di targa sono N5". Via Caetani non è una scelta casuale: vicina sia alla sede nazionale della Democrazia Cristiana di piazza del Gesù, sia alla sede del Partito Comunista Italiano di via delle Botteghe Oscure. Lì, nel bagagliaio della Renault, giace il cadavere dell'uomo che simboleggiava il possibile “compromesso storico” tra le due massime potenze politiche italiane dell'epoca. Un compromesso storico che le Br avevano deciso di combattere e soffocare nel sangue. Poche ore prima Moro, che aveva 61 anni, era stato ucciso con una scarica di proiettili nel petto.

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La fermezza di Andreotti con le Brigate Rosse

In quei 55 giorni nella capitale viene fermata un'automobile ogni dieci e una persona ogni venti viene controllata, senza mai arrivare a nulla. Il governo presieduto da Giulio Andreotti, sostenuto dal Pci, non vuole cedere ai terroristi, né trattare. Questo nonostante nelle sue “lettere dal carcere” Moro chieda di trattare coi sequestratori. Lo statista, in una lettera indirizzata ai leader della Dc, il suo partito, scrive: "Il mio sangue ricadrà su di voi". Il 6 maggio, tre giorni prima del ritrovamento del cadavere, un comunicato delle Br preannuncia il tragico epilogo del rapimento: "Concludiamo la battaglia eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato".

I misteri sulla fine di Moro

Anche a 40 anni di distanza i misteri del caso Moro sono tanti. La ricostruzione "lacunosa" della dinamica della strage di via Fani e l'enigma dei covi in cui è stato tenuto segregato lo statista sono alcuni tra i capitoli d'inchiesta che la Procura di Roma potrebbe tornare ad approfondire dopo aver ricevuto nelle scorse settimane la relazione conclusiva dell'ultima Commissione Moro, guidata da Giuseppe Fioroni. L'organismo parlamentare è convinto che quanto accaduto in via Fani vada riesaminato "anche alla luce degli accertamenti sul bar Olivetti", coinvolto "in dinamiche criminali 'ndranghetiste e di traffico di armi", e tenuto conto dei "contatti con la malavita settentrionale e romana". C'è poi la questione dei covi: quello di via Montalcini al civico 8 potrebbe non essere stato l'unico. È probabile che ce ne fosse un altro in zona Eur da utilizzare come base di riserva. Per non parlare della possibile esistenza di un altro alloggio in zona Balduina, che sarebbe testimoniato da un appunto del 17 marzo 1978 della Finanza derivante da una "soffiata" poi mai confermata. "Altrettanto significativa" per la Commissione è l'individuazione, sempre a Balduina, di un complesso di proprietà dello Ior, che avrebbe ospitato nella seconda metà del 1978 Prospero Gallinari e che sarebbe stato caratterizzato dalla presenza di prelati, società statunitensi, esponenti tedeschi dell'autonomia, finanzieri libici e di due persone vicine alle Brigate Rosse.

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Scenari internazionali

Le domande sul caso Moro sono molteplici. La procura di Firenze ha deciso di aprire un fascicolo conoscitivo sulle parole dell'ex Br Barbara Balzerani, mentre sempre a Roma ci sono diversi altri segmenti di indagine aperti da tempo. C'è il fascicolo nato a seguito delle dichiarazioni rese nel 2016 nel carcere di Parma dall'ex boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, che ai pm romani rivelò che avrebbe potuto salvare Moro se un contrordine proveniente da Roma non avesse fatto saltare il progetto. Non mancano anche gli scenari "stranieri", evocati dalla stessa Commissione Moro che nella sua relazione scrive: "Il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell'eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale". Le ipotesi, così come le teorie complottiste, sono molte. Ciò che è certo è che dopo quel 9 maggio, senza Moro, il cosiddetto compromesso storico iniziò la corsa verso il definitivo accantonamento. Così come iniziò il declino delle Brigate Rosse, che grazie alla linea della fermezza non furono mai legittimate e cominciarono a disgregarsi. Ma a caro prezzo: lo Stato non era riuscito (o aveva rinunciato) a salvare uno dei suoi più importanti rappresentanti.

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