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Che cos'è la trattativa Stato-mafia

3' di lettura

Più di 200 udienze e altrettanti testimoni. Boss, politici e carabinieri accusati di aver intavolato un dialogo tra la mafia e le istituzioni. La sentenza è arrivata alle 16 del 20 aprile dall'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. LA SENTENZA

Quasi cinque anni di processo, più di duecento udienze e altrettanti testimoni. E' arrivata intorno alle 16 di oggi, 20 aprile, nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, la sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia che vedeva boss, politici e carabinieri accusati di aver intavolato un dialogo tra la mafia e le istituzioni.

La sentenza

Il processo ha visto imputati i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà (Totò Riina è morto a novembre), gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno e l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, tutti accusati di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. E ancora l’imprenditore Massimo Ciancimino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, e l'ex ministro Nicola Mancino, quest'ultimo imputato per il reato di falsa testimonianza. Il processo si è chiuso con le condanne per gli ex vertici del Ros (Mori e Subranni a 12 anni, De Donno a 8), per Dell'Utri (12 anni), per Massimo Ciancimino (8 anni) e per i boss Bagarella (28 anni) e Cinà (12 anni). Assolto l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino: il fatto non sussiste.

Che cos'è la "trattativa Stato-mafia"

La trattativa Stato-mafia fu una negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra finalizzata a fare cessare gli attentati e le stragi del 1992-93. Obiettivo: indurre lo Stato a piegarsi alle richieste di Cosa nostra, ponendo fine alla "stagione stragista" in cambio di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis. Il pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone aveva condannato ad anni di carcere duro (isolamento, sorveglianza del detenuto e contatti limitati con l’esterno) centinaia di mafiosi, proprio in funzione del 41 bis. La trattativa avrebbe avuto due fasi distinte, prima e dopo le stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La prima, dal 1985 al 1992, durante le indagini del pool antimafia e il maxi processo e la seconda, negli anni '93-'94 con l'insediamento del Governo Ciampi, quando vennero confermati Giovanni Conso alla Giustizia e Nicola Mancino allʼInterno. È allora che venne revocata la legge 41 bis che prevede il "carcere duro" per la criminalità organizzata.

L'inchiesta

Le ipotesi di reato di minaccia e violenza al corpo politico dello Stato permisero di iscrivere nel registro degli indagati i boss Totò Riina e Nino Cinà. L’inchiesta, iniziata negli anni ’90, subì due archiviazioni. Ma venne riaperta nel 2008, grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino: secondo le sue dichiarazioni la trattativa, avviata da Totò Riina e Bernardo Provenzano all'inizio degli anni Novanta, sarebbe proseguita almeno fino al 1994, con la partecipazione dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Ciancimino racconta di una trattativa con la mafia avviata, con la copertura di pezzi delle istituzioni e agenti segreti, dai carabinieri del Ros tramite suo padre Vito, confermando in parte le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca. Nel corso degli anni sono stati interrogati anche testimoni eccellenti come Ciriaco De Mita, Arnaldo Forlani e Claudio Martelli. Nel 2011 lo stesso Ciancimino è stato arrestato per calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Nell'aprile del 2018 si arriva a sentenza. La trattativa ci fu, secondo i giudici della Corte d'assise di Palermo.

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