E' morto Totò Riina, il boss della mafia che fece guerra allo Stato

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Il "capo dei capi" è deceduto alle 3:37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Aveva appena compiuto 87 anni. Nonostante il 41 bis da 24 anni, per gli inquirenti era ancora il capo di Cosa nostra. Nessun familiare al capezzale - Da Corleone alle Stragi

Totò Riina, il boss mafioso, capo di Cosa Nostra, è morto alle 3.37 di venerdì 17 novembre. Da 24 anni al 41 bis, è deceduto nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Ieri, 16 novembre, aveva compiuto 87 anni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, Riina era considerato ancora il boss indiscusso di Cosa nostra, malgrado da allora sia rimasto rinchiuso in carcere in regime di 41 bis. Per lui non ci sarà alcun funerale pubblico, ha fatto sapere la Cei.

In guerra con lo Stato

Riina stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, nel Continente. Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: "Sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere".

L'ultimo processo

L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre. 

La malattia

Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurre i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Ieri, quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.

I familiari non erano al suo capezzale

Nonostante il permesso straordinario firmato ieri dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, i familiari di Riina non lo avrebbero visto prima che morisse e non sarebbero andati a visitarlo nelle ore successive. La circostanza è stata confermata da fonti di Polizia. Uno dei motivi dell'assenza della famiglia può essere che il corpo di Riina è stato affidato dall'autorità giudiziaria alla medicina legale per gli accertamenti e quindi indisponibile, di fatto, fino a dopo l'autopsia. Ieri erano arrivati a Parma la moglie e la figlia ("sono onorata del mio cognome" diceva nel 2013 a Sky TG24), dopo l'autorizzazione del ministro della Giustizia. L'altro figlio, Salvo, ieri aveva fatto gli auguri per il compleanno al padre con un post su Facebook: "Per me tu non sei Totò Riina sei il mio papà", aveva scritto il terzogenito del boss e di Ninetta Bagarella che ha scontato 8 anni in carcere per mafia. Ma non è chiaro se sia andato in visita a Parma. Un altro figlio, Giovanni, si trova invece in carcere.

Cei: "Non pensabile funerale pubblico"

Per disporre l'autopsia sulla salma del boss mafioso, che si terrà sabato 18 novembre, il pm di Parma, Umberto Ausiello, ha ipotizzato il reato di omicidio colposo. Si tratta di una procedura per consentire gli accertamenti medico-legali necessari. Il fascicolo è a carico di ignoti. Sono state informate del procedimento, in quanto persone offese, la moglie di Riina Antonina Bagarella, e i figli Maria Concetta, Giuseppe, Lucia e Giovanni. Il pm ha nominato consulente tecnico Rosa Gaudio dell'istituto di Medicina legale di Ferrara.

La Cei, intanto, attraverso don Ivan Maffeis Intanto, ha dichiarato che "un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze". "La Chiesa italiana ribadisce la ferma condanna di qualunque fenomeno mafioso", ha sottolineato il direttore delle Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Una cerimonia pubblica è considerata come "un segno che calpesterebbe la memoria delle vittime, di tutte le persone uccise, penso a Falcone, Borsellino, Livatino, ma anche i tanti preti uccisi, come don Puglisi, e comunque i magistrati, le forze dell'ordine, le tante persone che sono state assassinate". "È ovvio", ha però aggiunto don Maffeis, "che se la famiglia chiedesse di accompagnarlo con una preghiera semplice si valuterà che cosa fare. La chiesa, questo, lo fa sempre". Intanto, da Parma non risulta che sia stata chiesta nessuna benedizione per la salma del boss mafioso.

Data ultima modifica 17 novembre 2017 ore 21:30

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