Ecco come le microplastiche entrano nella catena alimentare

Lo studio della stazione Anton Dohrn è stato condotto a 15 metri di profondità (Foto:Archivio Getty Images)
4' di lettura

Secondo i primi e parziali dati di una ricerca condotta nel Golfo di Napoli dalla stazione Anton Dohrn, il ciclo naturale delle piccole molecole presenti in acqua viene alterato, generando un effetto a cascata sulle specie marine. - SKY UN MARE DA SALVARE

Le microplastiche in mare alterano l'ecosistema ed entrano nella catena alimentare. L'allarme, già lanciato da diverse ricerche scientifiche, è stato confermato dai primi, e ancora parziali, dati di un esperimento scientifico condotto nel Golfo di Napoli dalla stazione zoologica Anton Dohrn.

Ricerca in profondità

Un'anticipazione della ricerca è stata fornita in vista del Forum internazionale sui rifiuti Polieco dal titolo ''Plastica: ancora un futuro?'', che si terrà a Ischia il 21 e il 22 settembre. Il lavoro del team scientifico ha studiato gli effetti delle microplastiche sulla biodiversità e sulle componenti più grandi che possono finire nei nostri piatti. Per condurre il loro studio, i ricercatori hanno installato sei grandi laboratori sommersi di oltre 15 metri di profondità e 2 metri di diametro per il campionamento delle acque nell'area di Mergellina. ''Gli studi effettuati finora non tenevano conto di tutta la colonna d'acqua, visto che normalmente i prelievi per il campionamento vengono effettuati in superficie - spiega Christophe Brunet, che ha curato la ricerca internazionale all'agenzia AdnKronos - né hanno preso in considerazione frammenti di dimensioni inferiori a 0,3 millimetri''. A Napoli, invece, questi due aspetti sono stati tenuti in considerazione e il risultato del campionamento, in termini numerici, cambia in modo netto.

Ciclo naturale alterato

L'importanza del fattore profondità sembrerebbe cruciale per l'intera ricerca. Se infatti le acque superficiali contengono dai 4 ai 10 frammenti ogni 1000 litri di acqua e il dato è comparabile con quello del Mare del Nord, dell'Oceano Pacifico e Atlantico, quelle più profonde presentano dai 14 ai 23 frammenti per 1000 litri di acqua. ''Le microplastiche non restano in superficie e anche se i frammenti sono piccoli e leggeri, una parte consistente scende". Per questo motivo, evidenzia Brunet, già dopo un giorno, i frammenti si ritrovano da 5 a 10 metri di profondità. Tra il 50 e 90%, scendono a 10 metri dopo 6 giorni. La presenza sempre crescente delle microplastiche in mare evidenzia diversi preoccupanti aspetti. Il primo è quello sui microorganismi marini, visto che i frammenti sono colonizzati dai batteri nel giro di poche ore e questo finisce per modificare in maniera rilevante e significativa la biodiversità batterica presente nell'acqua e l'attività biologica batterica. ''La conseguenza è che il ciclo naturale delle piccole molecole presenti in acqua viene alterato''.

Le microplastiche nella catena alimentare

La modifica delle molecole ricade poi, ad effetto domino, su tutti gli organismi marini. La prima mutazione è quella che tocca la composizione della comunità delle microalghe e dei piccolissimi animali (i microzooplancton) che di esse si nutrono. Allo stesso tempo, le microalghe si 'attaccano alle microplastiche stesse, modificando così la loro distribuzione spaziale nella massa d'acqua, nonché la grandezza, la densità e il peso di questi corpi estranei. I dati della ricerca svelano poi che questi aggregati, sedimentando più velocemente verso il fondo, diventano prede ancora più appetibili per erbivori, invertebrati (crostacei) o vertebrati (pesci). Il passaggio successivo è quello ancora più preoccupante, visto che le microplastiche, ingerite da animali erbivori e dai pesci, entrano di fatto nella catena alimentare. Le microplastiche, secondo lo studio, incidono sia sulla parte microscopica dell'ecosistema, modificandone l'equilibrio, sia sulla parte macroscopica, quando vengono ingerite. ''Il connubio fra queste due conseguenze può essere drammatico'', conclude lo scienziato. La Stazione Dohrn sta svolgendo queste ricerche in collaborazione con dieci istituti di ricerca marina italiani ed europei, con l'Università Federico II e il Liceo Silvestri di Portici.

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