Telegram cede alla Russia: sì al registro federale

Telegram è un'app di messaggistica con 100 milioni di utenti (Getty Images)
3' di lettura

Il servizio di messaggistica fornirà alcune informazioni aggiuntive all'ente per le telecomunicazioni. Ma il fondatore Pavel Durov precisa: "Non saranno condivisi dati degli utenti"

Alla fine Pavel Durov ha ceduto. Telegram, l'app di messaggistica che ha sviluppato nel 2013, fornirà alla Russia le informazioni richieste dal Roskomnadzor, l'ente federale per le telecomunicazioni. Sarà quindi inserita, come previsto dal diritto russo, nel registro nazionale dei "diffusori di informazioni". 

La risposta alle minacce russe

Le autorità russe, in una lettera firmata dal capo di Roskomnadzor Aleksander Zharov, avevano chiesto a Durov di fornire informazioni aggiuntive riguardo la società, di conservare le conversazioni tra gli utenti e di dare al governo i codici necessari per decifrare i messaggi. Condizioni che, se non rispettate, avrebbero causato la chiusura di Telegram in Russia, dove l'app conta sei milioni di utenti. Un prezzo troppo alto, probabilmente, per una piattaforma che ha una platea di 100 milioni di iscritti. "Alla fine Telegram ha deciso di iniziare a lavorare all'interno dei limiti delle regole della Federazione russa", ha affermato il Roskomnadzor in una dichiarazione riportata da Reuters. Il fondatore di Telegram, però, cerca ancora un compromesso. Se da una parte ha accettato di entrare nel registro dei "diffusori di informazioni", dall'altra continua a ripetere che "non rispetterà leggi incompatibili con la politica di riservatezza e protezione dei dati di Telegram". Concetto rimarcato anche in un tweet: "Non abbiamo problemi a rispettare le formalità, ma non sarà condiviso con il governo un singolo byte di dati privati".

L'esilio di Telegram

Lo scontro tra il fondatore di Telegram e le autorità del suo Paese d'origine non è nuovo. Durov, già fondatore di VK, il cosiddetto "Facebook russo", soffre da tempo la pressione del Cremlino. Tanto da essersi trasferito a Berlino, dove ha sede l'organizzazione non governativa cui fa capo Telegram (che non ha fini di lucro), e da aver lasciato la guida di VK. Da sempre l'app di messaggistica fa della riservatezza un cavallo di battaglia: ben prima di WhatsApp aveva introdotto la crittografia end-to-end (che consente la lettura delle conversazioni solo a chi partecipa alla chat e non alla piattaforma) e permette di salvare le conversazioni in cloud, invece che sul proprio dispositivo. La volontà di non sbirciare nelle chat è costata a Durov l'accusa  di "essere neutrale nei confronti del terrorismo", cioè di non muoversi per chiudere gruppi e profili illegali. Telegram conferma che "le chat e i gruppi dell'app sono territorio privato dei loro partecipanti", ma reagisce ricordando di aver comunque chiuso centinaia di gruppi legati al terrorismo islamista.  

Leggi tutto