Gerusalemme capitale, sale tensione per la decisione di Trump

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La scelta del presidente Usa, che dovrebbe essere presto formalizzata, scatena le critiche del mondo arabo. Telefonate ad Abu Mazen e ai leader. "Conseguenze pericolose" afferma il capo dell’Autorità palestinese che ha avuto colloqui con il Papa e con Putin

Sulla questione dello spostamento dell'ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme, il presidente Donald Trump "è stato chiaro sin dall'inizio, non è questione di se, ma di quando". Queste le parole pronunciate il 4 dicembre del viceportavoce della Casa Bianca, Hogan Gidley, che in una conferenza stampa tenuta a bordo dell'Air Force One, ha aggiunto che "una decisione" su quello che potrebbe essere il riconoscimento effettivo di Gerusalemme come capitale di Israele, verrà resa nota "nei prossimi giorni". Secondo indiscrezioni riportate dalla CNN, le pressioni da più fronti ricevute dal presidente Trump nella giornata del 5 dicembre, potrebbero persuaderlo a rinviare la decisione.  

Telefonata ad Abu Mazen

Sembra che invece Donald Trump abbia già iniziato a comunicare la sua decisione di trasferire l'ambasciata statunitense da Tel Aviv alla Città santa ai vari leader, a cominciare  al presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. Trump ha avuto colloqui telefonici anche con il premier israelliano Benjamin Netanyahu, con il re di Giordania Abd Allah II e con il capo di Stato egiziano Abdel Fattah al Sisi.

Tensione in Medio Oriente

L'eventuale passaggio dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme su decisione del presidente americano, ha iniziato a produrre i primi effetti nei territori interessati dal possibile provvedimento che Trump ha più volte promesso fin dalla campagna elettorale. In Israele, polizia, servizi interni dello Shin Bet e il comando centrale militare si sono riuniti negli ultimi giorni per valutare la situazione, riferiscono i media locali. Secondo il sito Politico, la scorsa settimana il dipartimento di Stato Usa ha inviato due cablogrammi riservati alle ambasciate americane per esortare a rafforzare la sicurezza. La leadership palestinese che ha duramente protestato contro la possibilità che gli Usa riconoscano la storica città contesa a favore di Israele, ha evitato al momento di richiamare la piazza a reazioni violente.

La mancata firma alla rinuncia

Nella giornata del 4 dicembre, Trump avrebbe dovuto firmare il cosiddetto "waiver" (rinuncia) al trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Nell’ottobre 1995 infatti al Congresso passò il provvedimento per spostare l’ambasciata a stelle e strisce a Gerusalemme. L’allora presidente Bill Clinton non pose il veto, la legge entrò in vigore a novembre. E prevedeva che a partire dal giugno 1999 la sede diplomatica accreditata avrebbe dovuto trasferirsi da Tel Aviv a Gerusalemme. Tuttavia, la normativa lasciava un margine di movimento al presidente, che per ragioni di sicurezza nazionale, avrebbe avuto facoltà di posticipare di sei mesi in sei mesi il “trasloco”, firmando appunto il Waiver, prassi utilizzata da tutti i successori. Lo stesso Trump aveva apposto la sua firma sulla rinuncia solamente lo scorso giugno. Lunedì scorso la svolta con le parole di Gidley che ha comunicato che "non ci sarà alcuna azione sul waiver, dichiareremo la nostra decisione in proposito – ha detto il vice portavoce - nei prossimi giorni". Secondo le anticipazioni, Trump dovrebbe chiarire la sua posizione in un discorso in programma il prossimo 6 dicembre alla National Defense University. In quest'occasione potrebbe riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele, rompendo con la politica finora seguita dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale secondo la quale lo status della città santa va deciso nell'ambito di negoziati di pace fra israeliani e palestinesi.  

Si riunisce la Lega Araba

Non sono tardate ad arrivare dai Paesi dell'area, e da esponenti istituzionali, le prime reazioni alla possibilità della mossa americana. Al Cairo si sta attualmente svolgendo il summit d'emergenza convocato dalla Lega araba per discutere l'intenzione del trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. La riunione è stata convocata dall'Autorità nazionale palestinese (Anp) per prendere in esame la questione. Intanto il ministero degli Esteri egiziano ha fatto appello a Washington perché agisca "con saggezza" rispetto a qualsiasi decisione che riguardi la Città Santa e che potrebbe "far divampare la tensione nella regione", come si legge sul portale di notizie egiziano "Masrawy".  

La Turchia: "Gerusalemme linea rossa per i musulmani"

Una delle prime reazioni ad arrivare è stata quella del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha avvertito il presidente statunitense che l'eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta "una linea rossa per i musulmani" e che potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con Israele. Erdogan è intervenuto davanti al gruppo parlamentare del suo partito Akp ad Ankara. Alle dichiarazioni del presidente turco ha replicato il ministro dell'intelligence israeliano,Yisrael Kazt, secondo cui "I giorni del sultano e dell'impero ottomano sono finiti". In un comunicato diramato il 5 dicembre, Katz ha affermato che "noi non accettiamo ordini o minacce dal presidente della Turchia, perché Israele è uno Stato sovrano e la sua capitale è Gerusalemme". Anche altri responsabili israeliani si sono affrettati ad attaccare Erdogan per le sue dichiarazioni, benché moniti simili siano stati pronunciati anche da Arabia Saudita, Giordania e altri Paesi arabi. Fonti diplomatiche israeliane hanno messo in evidenza che "Gerusalemme è la capitale del popolo ebraico da 3.000 anni e la capitale d'Israele da 70 anni, che Erdogan lo riconosca o meno".

Arabia Saudita: "Profonda preoccupazione"

Sulla questione dello spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme si è espressa anche l'Arabia Saudita che ha manifestato "profonda preoccupazione" riguardo alle "notizie sulle intenzioni dell'amministrazione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e trasferire l'ambasciata a Gerusalemme”. Una simile decisione, afferma una fonte del ministero degli Esteri saudita citata dall'agenzia di stampa ufficiale Spa, "avrebbe gravi conseguenze e complicherebbe ancora di più il conflitto israelo-palestinese" e sarebbe anche "di ostacolo agli sforzi per rilanciare il processo di pace". L'ambasciatore saudita a Washington, il principe Khalid bin Salman bin Abdulaziz, aveva già messo in guardia dalle possibili ripercussioni di un'eventuale mossa dell'amministrazione Trump in questa direzione. Per il principe Khalid bin Salman "qualsiasi annuncio sullo status di Gerusalemme prima che si arrivi a una soluzione della questione israelo palestinese comprometterebbe il processo di pace e aumenterebbe le tensioni nella regione".

Mogherini: "Si passi dai negoziati"

Anche l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini,  ha invitato le parti a risolvere la questione dello status di Gerusalemme "attraverso i negoziati". Nel corso di conferenza stampa a Bruxelles con il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, a proposito delle intenzioni del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e trasferirvi l'ambasciata americana, la Mogherini ha sottolineato che "attraverso i negoziati deve essere trovata una strada per risolvere lo status di Gerusalemme come futura capitale dei due Stati". Così, ha insistito l'Alto rappresentante, "possono essere soddisfatte le aspirazioni di entrambe le parti".

L'ipotesi rinvio

Secondo fonti anonime all'interno della Casa Bianca, interpellate dalla CNN, il pressing congiunto degli attori diplomatici coinvolti nella delicata questione mediorientale e degli stessi membri dello staff presidenziale potrebbe convincere il presidente Trump a rinviare la sua decisione. Un rinvio giustificato dalla necessità di controbilanciare la decisione tenendo conto anche delle istanze dei palestinesi, emerse probabilmente dalla telefonata del 5 dicembre tra il presidente degli Stati Uniti e il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen.

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