Che cos'è il Tap, il gasdotto tra Azerbaigian e Puglia. LA SCHEDA

Il primo ministro greco Alexis Tsipras durante la presentazione del TAP, il 17 marzo 2016 (Getty Images)
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Lungo 878 km, porterà ogni anno in Europa 10 miliardi di metri cubi di gas. Attraverserà Turchia, Grecia, Albania e Italia. Ma una parte dei cittadini pugliesi si oppone: "Temiamo per la nostra salute"

 

In ballo ci sono dieci miliardi di metri cubi di gas. Ammonta a tanto il quantitativo annuo del prezioso combustibile con cui l'Azerbaigian rifornirà l'Europa centrale per i prossimi cinquant'anni. Uno scambio, questo, in cui il principale protagonistà sarà il Trans adriatic pipeline, meglio conosciuto come Tap: un gasdotto lungo 878 km che collegerà Kipoi, al confine fra Grecia e Turchia, alle spiagge di San Basilio a San Foca di Melendugno, in provincia di Lecce.  

 

Cos'è – Il Tap costituisce insieme al Tanap (Trans anatolian pipeline, che attraverserà da est a ovest la Turchia) e al Scp (South Caucasus pipeline) uno dei tre pilastri del cosiddetto Corridoio sud del Gas che permetterà l'accesso al mercato europeo delle gigantesche riserve di gas naturale dell'area del Mar Caspio. Proprietario delle risorse è il Consorzio Shah Deniz II, che gestisce il giacimento offshore azerbaigiano situato nel Mar Caspio a sud di Baku. Il Tap è l'ultima parte di un collegamento composto da tre macro segmenti della lunghezza totale di circa 3.500 km; ideato per trasportare circa 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno. Una quantità, questa, utile a coprire il fabbisogno di 7 milioni di famiglie e che, nei piani, dovrebbe crescere con l'aggiunta di una terza stazione di compressione fino a 20 miliardi di metri cubi all'anno.

 

I numeri - Il Tap è collegato al Tanap in prossimità della città di Kipoi, tra Grecia e Turchia. Nella suo tragitto verso ovest attraverserà l’Albania fino ad approdare sul litorale adriatico attraverso un tratto sottomarino che partirà dalla città albanese di Fier e attraverserà tutto l'Adriatico per arrivare in Italia nella zona del Salento. Sono, in tutto, 878 chilometri di tubi da 26,8 millimetri che attraverseranno la Grecia per 550 km; l'Albania per 215 km; le acque dell'Adriatico per 105 km e, infine, il suolo italiano per 8 km. Il gasdotto toccherà la sua massima altitudine a 1800 metri tra i rilievi albanesi e la massima profondità a 820 metri sotto il livello del mare.

 

 

 

Il rivale – Riconosciuto dall'Unione Europea come un progetto fondamentale per garantire la sicurezza e la diversificazione dell'approvvigionamento energetico in Europa, il Tap permetterà al Vecchio continente, secondo le attese dei suoi costruttori, di acquisire indipendenza dalle forniture di gas da parte di Gazprom. Il colosso russo è a capo di un progetto diverso e per certi versi concorrente: il South stream, che prevede la costruzione di un nuovo gasdotto capace di connettere Russia e Unione Europea e di trasportare 65 milioni di metri cubi all'anno di gas russo. L'idea iniziale era quella di far passare il gasdotto sotto il Mar Nero, saltando letteralmente Turchia e Ucraina, fino in Bulgaria. Poi sarebbe entrato nei Balcani e nel nostro Paese con quattro punti di arrivo in Croazia, Italia, Slovenia e Austria. Allo sviluppo del mega impianto partecipano anche Eni, Edf e Wintershall. Nell'attesa di capire come si risolverà il proseguio dell'opera, attualmente bloccata dopo i contrasti tra Europa e Russia e la guerra in Ucraina, l'Europa sembra decisa a puntare sul Tap.  

 

L'iter autorizzativo - Il Tap ha la propria sede centrale a Baar, in Svizzera, e uffici operativi in tutti i Paesi attraversati dal gasdotto (Grecia, Albania e Italia). Gli azionisti attuali del progetto sono Snam (20%), l'inglese Bp (20%) l'azera Socar (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%) e la svizzera Axpo (5%). In Italia l'iter sulla fattibilità dell'infrastruttura è cominciato nel settembre del 2014 con la consegna della documentazione relativa alla Valutazione di impatto ambientale al ministero dell’Ambiente. Dopo alcune integrazioni all'incartamento, richieste dal ministero, nel settembre del 2014 l'allora ministro Gian Luca Galletti firmò il decreto di compatibilità ambientale contro il parere negativo della Regione Puglia e del ministero dei Beni culturali. Il 9 ottobre 2014 partì quindi l'iter autorizzativo che di fatto portò ad aprire i primi cantieri italiani all'inizio del 2016. Proclamata la pubblica utilità, l'indifferibilità e l'urgenza dell'infrastruttura, il ministero dello Sviluppo economico, capeggiato da Federica Guidi, dichiarò che l'operatività dell'infrastruttura sarebbe dovuta avvenire entro il 31 dicembre del 2020.

 

I perchè delle proteste – Fin dagli inizi del progetto, il Tap è stato oggetto in Puglia di dure proteste. In prima fila il Comune di Melendugno e la Regione Puglia. Diversi i motivi; innanzitutto la salvaguardia della posidonia oceanica: un'alga fondamentale per la difesa delle coste dall'erosione e la stabilità dell'ecosistema. Secondo gli ambientalisti il volume di gas, che a pieno regime attraverserà l'Adriatico, potrebbe compromettere la vita di questo prezioso vegetale. Ma si teme anche per la salute dei cittadini. Nel 2016 sia il Comune che la Regione avevano chiesto che sul terminale di ricezione del gas, costituito da diversi stabilimenti disposti su un'area di dodici ettari tra i comuni di Vernole e Meledugno, venisse applicata la Direttiva Seveso (numero 334/1999), volta a salvaguardare la salute dei cittadini e l'ambiente da possibili rischi industriali (perdite, inquinamento e altro ancora).

 

La risposta del Governo - La richiesta di applicazione della Direttiva Seveso (numero 334/1999) non ha trovato risposta positiva da parte del ministero dell'Ambiente. Secondo l'Esecutivo, il terminale di ricezione in questione non rientra nell'applicazione della direttiva perché il gas non viene né manipolato, né stoccato, ma solo depressurizzato per essere immesso nella rete Snam gas di Mesagne dalla quale proseguirà per altri Paesi.Gli abitanti della zona, però, non ci stanno e continuano la loro battaglia in una terza direzione: quella per salvare circa 200 ulivi secolari che dovranno essere rimossi, e poi ripiantati sul sito, per proseguire con i lavori sul cantiere di San Foca. Gli ultimi incidenti fra i manifestanti e le Forze dell'ordine si sono verificati nel pomeriggio del 28 marzo.

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