Web tax, cos'è e come funziona. LA SCHEDA

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L’Ue studia come costringere i colossi del web a pagare la giusta proporzione di tasse. Il tema verrà discusso nel prossimo Ecofin. Obiettivo: superare il concetto di “residenza fiscale” delle aziende. In attesa della soluzione sovranazionale, alcuni Paesi si sono mossi

La web tax è la tassazione sui guadagni delle grandi compagnie che operano sul web, come Google o Amazon. Si va dall'e-commerce alla pubblicità online. L’Unione europea sta studiando un modo per indurre questi colossi a pagare la giusta proporzione di tasse. Il tema è contenuto in un documento di Italia, Francia, Germania e Spagna da discutere al prossimo Ecofin in programma a Tallinn il prossimo 15 e 16 settembre.

La road map

L'obiettivo della web tax è il superamento del principio della “residenza fiscale” delle aziende, adattandolo all'economia digitale. In sostanza, un'azienda con una “presenza digitale significativa” nei Paesi dove opera dovrebbe prendersi una “residenza virtuale” che la costringerebbe a sottostare alla tassazione nazionale sulle imprese. Dopo la proposta della Commissione europea, attesa a Tallin, il tema sarà affrontato nella sessione di lavoro dedicata alle sfide della tassazione d'impresa nell'epoca dell'economia digitale. Poi, entro la primavera del 2018, l'Ocse deve produrre un rapporto sui progressi compiuti da cui emergano indicazioni e proposte concrete.

 

L'Italia ha giocato d'anticipo

Nel nostro Paese, con la legge di stabilità 2014, si era realizzato un primo tentativo di tassazione dei prodotti digitali. Una misura mai entrata in vigore, perché prima sospesa con un decreto e poi definitivamente abrogata dal governo Renzi (DL 16 del 6 marzo 2014), vietava a imprese e professionisti di acquistare servizi pubblicitari online da aziende che non fossero munite di partita Iva italiana. Con la manovrina entrata in vigore a giugno scorso, invece, è stata introdotta una norma ponte che prevede per i giganti del web - con oltre un miliardo di fatturato e un giro d'affari di almeno 50 milioni di euro - la possibilità di stringere accordi preventivi con l'Agenzia delle Entrate.

Come funziona nel Regno Unito e in India

Nel Regno Unito, nel 2015, è stato introdotto il Diverted profits tax (Dpt) che prevede una tassazione del 25 per cento solo in due situazioni ben precise. La prima è il trasferimento in Paesi a più basso prelievo fiscale, il secondo caso è quando ci sia il sospetto di elusione. In India, invece, esiste “l'equalization levy”: si tratta di una forma di prelievo a carattere compensativo che parte dall'obiettivo di garantire lo stesso trattamento tra operatori domestici ed estero.

Le ipotesi d’intervento sul campo in Ue

Queste alcune delle ipotesi d’intervento sul campo:
- Imposta sul reddito anche in assenza di una stabile organizzazione secondo la legislazione vigente, per le imprese che operano prevalentemente con modalità digitali o per le quali l'attività è di natura digitale;
- Una ritenuta alla fonte sui ricavi delle transazioni digitali;
- Un'imposta specifica sul consumo di beni digitali.

Alcuni numeri dei colossi del web

Nel triennio 2013-2015 le imposte pagate complessivamente da Google e Facebook in Europa non superano il 3 per cento dell'ammontare complessivo riportato nei loro bilanci consolidati.I colossi del web sotto la lente sono diversi. Ecco i casi più noti:
- Airbnb: nel 2016 è stato utilizzato da più di 10 milioni di persone in Francia, ma ha pagato meno di 100mila euro di tasse al ministero del Tesoro;
- Google: nel 2015, in base a quanto riportato nel bilancio consolidato, il gruppo (in cui sono presenti, oltre alla capogruppo Alphabet Inc. con sede negli Stati Uniti, le società Google con sede nei diversi Paesi europei, tra cui Google Italia) ha realizzato 67,6 miliardi di euro di fatturato sul quale ha pagato 3 miliardi di imposte. In pratica è come se avesse pagato un'aliquota sull'utile di bilancio del 16,8 per cento, contro un'aliquota nominale che negli Stati Uniti è del 35 per cento;
- Facebook: sede negli Stati Uniti, ha registrato 16,2 miliardi di euro nel bilancio consolidato che include i risultati di Facebook Italia e le società presenti in Belgio, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Paesi Bassi e Regno Unito. Le imposte complessivamente pagate sono pari a 2,3 miliardi, con un margine di profitto del 34,5 per cento. Il bilancio consolidato di Facebook non include i ricavi della società irlandese Facebook Ireland Limited, che non fa capo alla Facebook Inc. 

 

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