Perché investire sulle donne, 7 miti da sfatare

Nelle maggiori aziende europee le donne ai vertici sono una minoranza (Getty Images)
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Un articolo comparso sul sito del World Economic Forum ripercorre una serie di dati che portano tutti alla stessa conclusione: investire nell'inclusione delle donne sul lavoro non è solo giusto, ma anche conveniente

Le differenze di genere continuano a influenzare il mercato del lavoro; rimuoverle, però, non significa solo avvicinarsi a una maggiore equità, ma anche a un maggiore sviluppo economico. E' questo il netto messaggio di un articolo comparso sul sito del World Economic Forum, che punta a sfatare sette falsi miti sulle donne e il lavoro.

 

Investire sulle donne conviene – Al di là delle questioni di tipo etico, il primo punto sottolineato dall'autrice dell'articolo, la ceo dell'organizzazione Women Deliver, Katja Iversen, è che includere un maggior numero di donne nel mercato del lavoro sarebbe di grande slancio alla crescita mondiale. Secondo un recente studio del McKinsey Global Institute, infatti, se le donne avessero un ruolo paritario nel mercato del lavoro mondiale si accrescerebbe il Pil del pianeta di 28mila miliardi di dollari, pari a un incremento del 26%, entro il 2025.  Nello stesso report, viene anche simulato uno scenario meno radicale: se in ciascun Paese la parità di genere fosse portata ai livelli della sua regione più “virtuosa”, questo assottigliamento del gender gap produrrebbe comunque un guadagno complessivo pari al 12% del Pil mondiale. Il reddito percepito dalle donne, inoltre, si dirige verso settori particolarmente favorevoli: lo attesta uno studio dell'Ocse secondo il quale “i guadagni femminili si traducono in maggiori investimenti nell'educazione dei figli, nel campo della salute e nell'alimentazione, il che conduce verso la crescita economica nel lungo termine”.

 

Un problema anche nei Paesi avanzati – Secondo lo European University Institute, l'89% delle posizioni dirigenziali nelle 100 società top d'Europa sono ancora ricoperte da uomini: questo dato serve a ricordare, secondo la Iversen, che il gap di genere è un problema tutt'altro che risolto anche nei Paesi più sviluppati del pianeta. Un altro mito da sfatare: le donne lavorano meno degli uomini, per libera scelta. Al contrario, lo studio McKinsey, rivela che spesso le donne lavorano più degli uomini, se si considerano le attività “nascoste” e non pagate come la cura della casa o dei famigliari anziani. In alcune regioni come nel Medio Oriente o Nord Africa, le donne costituiscono il 90% del lavoro d'assistenza non pagato.

 

Non solo reddito – Allineare i redditi fra uomini e donne non sarebbe sufficiente a rimuovere le disparità fra i due sessi nell'ambito del lavoro: secondo Iversen, più che una questione di busta paga è il “controllo sul reddito” che aiuta le donne ad accrescere il proprio potere economico; il che è più collegato al potere contrattuale che non al guadagno in sé. A tal proposito, le unioni (sindacali e non) dedicate ai diritti specifici delle donne possono essere un aiuto per lo sviluppo economico, come si legge nel survey del 2014 firmato dalle Nazioni Unite. Un ultimo mito affrontato dal ceo di Women Deliver, riguarda infine, gli investimenti pubblici e privati orientati a politiche sensibili al genere alla “pianificazione familiare”: sono convenienti? Sì, se come emerso negli Stati Uniti, un dollaro destinato al “family planning” volto a evitare gravidanze indesiderate produce un ritorno di sette dollari. Allo stesso tempo, scrive la direttrice dell'organizzazione Women Deliver, “le aziende che investono in politiche amiche della famiglia e attente alle differenze di genere hanno sperimentato maggiori ritorni sui propri investimenti”.

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