Roma, 20 anni a Carminati. Cade l'accusa di associazione mafiosa

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Il verdetto è arrivato nell'aula bunker di Rebibbia (FOTO). Tutti i principali imputati hanno avuto pene ridotte rispetto alle richieste dei pm: 19 anni a Buzzi, 11 anni per Gramazio, 10 per Panzironi, 6 a Coratti, 6 anni e 6 mesi per Odevaine

Dopo oltre un anno e mezzo il processo Mafia Capitale è arrivato alle sentenze di primo grado: Massimo Carminati è stato condannato a 20 anni di carcere, Salvatore Buzzi a 19 anni. È caduta l'accusa di associazione mafiosa per 19 imputati, tra cui i presunti capi, che quindi hanno avuto pene inferiori alle richieste dei pm. Per Carminati erano stati chiesti 28 anni, per Buzzi 26 e tre mesi. I due imputati eccellenti hanno seguito la lettura del verdetto collegati in videoconferenza, il primo dal carcere di Parma dove è recluso in regime di 41 bis, il secondo, detenuto a Tolmezzo. 

Le condanne

I giudici della X sezione del Tribunale di Roma hanno letto il verdetto per i 46 imputati accusati di far parte dell’associazione che avrebbe condizionato la politica romana. Condanna per l'ex capogruppo del Pdl in Comune Luca Gramazio: per lui 11 anni di reclusione. Per l'ex capo dell'assemblea Capitolina Mirko Coratti la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l'ex Ad di Ama Franco Panzironi. Andrea Tassone, ex minisindaco del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, è stato condannato a 5 anni. 

Condannate anche moglie e segretaria di Buzzi

Condannate anche la moglie e la segretaria di Salvatore Buzzi, Alessandra Garrone e Nadia Cerrito. A Garrone è stata inflitta una condanna di 13 anni e sei mesi mentre a Cerrito, che teneva i libri contabili di Buzzi compreso quello delle tangenti, 5 anni. Rispetto alle richieste della Procura che aveva proposto per tutti gli imputati 5 secoli di carcere, i giudici  hanno inflitto oltre 250 anni di carcere, dimezzando di fatto le pene. Nell'aula bunker di Rebibbia era presente anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha rilasciato una breve dichiarazione: “È una ferita molto profonda nel tessuto della città. Dobbiamo ricucire i lembi di questa ferita. I danni li stiamo pagando”. 

Anche alcune assoluzioni

Su 46 imputati ci sono state anche alcune assoluzioni. Tra loro Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, accusati di aver garantito i contatti tra Mafia Capitale e ambienti della ‘ndrangheta e per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere. Assolto anche l'ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Questo il commento del suo avvocato: "Non era corrotto".

Pm Ielo: sentenze si rispettano 

"Questa sentenza riconosce un'associazione a delinquere semplice, non di tipo mafioso”, ha detto il procuratore aggiunto Paolo Ielo. “Sono state date anche condanne alte. Rispettiamo la decisione dei giudici anche se ci danno torto in alcuni punti mentre in altri riconoscono il lavoro svolto in questi anni. Attenderemo le motivazioni".

Le parole dei legali di Carminati

"Avevi ragione tu, sono soddisfatto. Ora mi devono togliere subito dal 41 bis", ha detto Carminati alla sua legale Ippolita Naso. L'avvocato era convinto che l'associazione mafiosa non sarebbe stata riconosciuta e così è stato. L'altro legale, Giosuè Naso, ha dichiarato a Sky TG24: "Questa sentenza è un modo serio di ricordare il sacrificio di Borsellino, non si deve fare il professionismo del'antimafia. Se tutto è mafia nulla è mafia. È stato certificato che mafia capitale non esiste”. 

Il processo

Il procedimento è durato circa venti mesi, con centinaia di udienze e una mole di documenti impressionante con migliaia di intercettazioni depositate. Per il procuratore capo Giuseppe Pignatone, per l'aggiunto Paolo Ielo e per i sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, Carminati e Buzzi erano i personaggi apicali di un clan che poteva contare su una serie di gregari e su un numero considerevole di politici locali che erano, di fatto, al "libro paga" dell'organizzazione. 


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