Terrorismo, condannata a Palermo ricercatrice libica. Pena sospesa

Khadiga Shabbi accompagnata nella Questura di Palermo il 23 dicembre 2015
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Un anno e 8 mesi di reclusione per Khadiga Shabbi, accusata di istigazione a commettere reati in materia di terrorismo. Il gup ha disposto la scarcerazione dell'imputata, in carcere da un anno. Il pm aveva chiesto 4 anni e 6 mesi

Un anno e 8 mesi di reclusione. È questa la condanna, in abbreviato, per Khadiga Shabbi, 46 anni, ricercatrice universitaria libica accusata di istigazione a commettere reati in materia di terrorismo. Il gup di Palermo, Lorenzo Iannelli, ha dichiarato sospesa la pena e ha disposto la scarcerazione dell’imputata, in cella da un anno. Il pm Gery Ferrara aveva chiesto la condanna a 4 anni e 6 mesi di carcere.

Le accuse - Il gup, nel processo con rito abbreviato, ha riconosciuto l'aggravante della finalità terroristica e dell'uso del sistema informatico, mentre ha negato quella della transnazionalità. Khadiga Shabbi era stata fermata nella città siciliana nel dicembre 2015. Secondo l’accusa, la donna avrebbe fatto propaganda attraverso i social a gruppi estremisti islamici e avrebbe avuto contatti con organizzazioni terroristiche e con foreign fighters ritornati in Europa dopo aver combattuto nei conflitti in Libia e in Medio Oriente. Il gip aveva imposto per la ricercatrice l'obbligo di dimora, rigettando la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura. Ma prima il tribunale del Riesame, poi la Cassazione avevano dato ragione ai pm e Khadiga Shabbi era finita in cella in attesa del verdetto.

Le indagini - L'inchiesta sulla ricercatrice libica aveva preso il via dopo alcune segnalazioni. Durante le indagini era emerso che la donna, interessatissima alle vicende politiche del suo Paese, visitava continuamente le pagine Facebook di diversi gruppi legati all'estremismo islamico e condivideva sul suo profilo materiale di propaganda dell’attività di organizzazioni terroristiche: volantini, “sermoni” di incitamento alla violenza e scene di guerra. Sono emersi anche contatti con foreign fighters che avevano combattuto in Libia ed erano poi tornati in Inghilterra e in Belgio. Khadiga Shabbi avrebbe anche tentato di fare avere un visto di studio al nipote, Abdulrazeq Fathi Al Shabbi, combattente ricercato dalle truppe dell'esercito regolare. Il ragazzo risultava vicino all'organizzazione Ansar al Sharia, formazione salafita collegata alla rete di jihadismo internazionale autrice, nel 2012, dell'attentato di Bengasi al Consolato americano. Il giovane, che la donna definiva un martire, sarebbe morto in un conflitto a fuoco e non sarebbe mai arrivato in Italia. In diverse intercettazioni, la ricercatrice chiedeva vendetta per il nipote.

La difesa annuncia ricorso in appello - “Ora che è stata scarcerata, la mia cliente riprenderà il suo lavoro all'università di Palermo visto che la sua borsa di studio, pagata dall'ambasciata libica, non è mai stata sospesa”, ha detto l'avvocato Michele Andreano, difensore di Khadiga Shabbi. “Rispetto al quadro delineato dalla procura, che era devastante, la vicenda è stata ridimensionata – ha aggiunto –. Dire che siamo soddisfatti è improprio, visto che, per noi, doveva essere assolta con formula piena, ma in questa fase il nostro primo interesse era legato alla libertà personale e da questo punto di vista è andata bene”. L'avvocato, che ha annunciato il ricorso in appello, ha spiegato: “La mia cliente non ha commentato il verdetto, ma quando ha sentito che sarebbe stata scarcerata è scoppiata a piangere per la gioia”.

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