L'acidificazione degli oceani: cos'è e perché è pericolosa

Gli oceani possono assorbire tra un terzo e un quarto della Co2 rilasciata ogni anno nell'atmosfera (foto: Getty Images)
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Causata principalmente dalle emissioni di CO2 e dall'assorbimento di anidride carbonica, comporta numerose conseguenze sull'ecosistema marino. SPECIALE SKYTG24: Sky Un mare da salvare

L'incremento di anidride carbonica nell'atmosfera, oltra ad essere una delle cause principali dell'aumento delle temperature a livello globale, sta influenzando anche gli equilibri degli ecosistemi marini. Gli oceani, infatti, assorbono tra un terzo e un quarto di tutta la Co2 rilasciata ogni anno nell'atmosfera. Se da una parte questo fenomeno contribuisce a rallentare le conseguenze negative dell'effetto serra, dall'altra rende le acque sempre più acide. Barriere coralline a rischio, riduzione delle risorse di pesca e habitat marini compromessi sono alcuni dei risultati che il cambiamento nella composizione chimica dei mari comporta.

 Il fenomeno dell'acidificazione

La Co2, infatti, sciogliendosi in acqua, genera acido carbonico. Si tratta, in sostanza, di un processo molto simile a quello che avviene per la produzione di acqua minerale gasata. Il risultato è che la composizione chimica dell'acqua cambia, con conseguenze negative per tutto l'ecosistema marino. L'acidità si misura attraverso la scala del ph che va da zero (sostanza molto acida) a 14 (sostanza "alcalina", per nulla acida). Il ph naturale degli oceani è circa 8,2. E se per gli esperti è molto difficile che il mare possa arrivare ad avere un ph inferiore a 7, è altrettanto vero che anche piccoli cambiamenti nei livelli di acidità potrebbero avere conseguenze devastanti.

La responsabilità dell'uomo

Uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" ha dimostrato che l'attuale ritmo di acidificazione degli oceani è il più grande e veloce che si sia registrato negli ultimi 300 milioni di anni. Non solo. Questo fenomeno non sarebbe legato agli effetti prodotti dal cambiamento climatico, bensì sarebbe strettamente correlato all'anidride carbonica prodotta dalle attività umane. La variazione osservata dai ricercatori, infatti, risulterebbe superiore ad ogni altra registrata in passato e dovuta a cause naturali.

Le conseguenze sull'ecosistema

Le conseguenze negative dell'acidificazione delle acque sull'ecosistema marino sono molteplici. A farne le spese, ad esempio, sono le barriere coralline la cui sopravvivenza è già messa a rischio dal fenomeno dello sbiancamento che ne certifica la morte. Le barriere coralline sono l'habitat di almeno un quarto di tutte le specie marine note. L'aumento delle acidità rende più difficile la costruzione dello scheletro di queste piante, rallentandone la crescita e rompendo gli equilibri dell'ecosistema. Altra conseguenza è la riduzione dei livelli di ioni carbonato, sali essenziali per la costruzione di scheletri e gusci calcarei di molti organismi marini tra cui molluschi e crostacei. Tra i soggetti a rischio anche le comunità di plancton, alcune delle quali sono in grado di esercitare la fotosintesi (fitoplancton), producendo il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Il fitoplancton è anche il nutrimento principale dello zooplancton - ovvero la parte del plancton costituita da animali marini - che, a sua volta, è l'alimento principale di organismi più complessi come le balenottere. Da non trascurare, poi, le conseguenze sulle risorse ittiche, già in stato piuttosto critico. Non esistono attualmente metodi per ridurre artificialmente l’acidificazione globale degli oceani. Secondo Greenpeace, l'unico modo per minimizzare i cambiamenti su larga scala legati all'acidificazione degli oceani è ridurre le emissioni di Co2 nell'atmosfera.

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