Omicidio Caccia, Cassazione: “Delitto di criminalità organizzata”

Piemonte
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Gli “ermellini” lo affermano nella sentenza relativa alla morte del procuratore capo di Torino, ucciso il 26 giugno 1983: “La matrice è da collegare alla stretta vicinanza con Domenico Belfiore”, uomo della mafia catanese e condannato al carcere a vita nel 1992, e Rocco Schirripa, all’ergastolo e affiliato alla ‘ndrangheta

"L'omicidio di Bruno Caccia è qualificabile come delitto di criminalità organizzata". Lo afferma definitivamente la Cassazione nelle motivazioni della condanna all'ergastolo per Rocco Schirripa. Il quale, insieme a Domenico Belfiore (condannato al carcere a vita nel 1992 definitivamente, dopo un precedente annullamento da parte della Cassazione) e ad altre persone non identificate, organizzò l'agguato mortale al procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso all’età di 65 anni la sera del 26 giugno 1983 sotto la propria abitazione.

L’omicidio

Il magistrato fu sorpreso dai killer che gli spararono da una Fiat 128 mentre portava a spasso il cane in Via Sommacampagna, a Torino. Uno di loro scese dall'auto ed esplose i colpi per finirlo. Il delitto è stato a lungo un “cold case”: la riapertura delle indagini si deve alla perseveranza dei familiari di Caccia.

La sentenza della Cassazione

approfondimento

Delitto Caccia, Cassazione: ergastolo a Schirripa

"La matrice del delitto - affermano gli “ermellini” nella sentenza 17647, condividendo il verdetto della Corte di Assise di Appello di Milano del 2019 - è da collegare alla stretta vicinanza di Belfiore", uomo della mafia catanese, e Schirripa, affiliato alla 'ndrangheta, "come attestato dalle conversazioni captate". I due erano “compari”: Belfiore e la moglie avevano tenuto a battesimo la figlia di Schirripa. Ad avviso della Cassazione, tra i moventi dell'omicidio di Caccia c'è "l'azione di antagonismo giudiziario" che il procuratore capo di Torino, 37 anni fa, stava conducendo "verso l'espansione calabrese illecita nell'area piemontese e torinese", anche nei casinò. I giudici ritengono che "per la partecipazione a un delitto non serve, in contesti siffatti, un movente personale, specie se si considera che la vicinanza tra Schirripa e Belfiore era un elemento inconfutabile".

Le indagini

Lungo e complesso il cammino investigativo per l'accertamento delle responsabilità, con la partecipazione dei servizi segreti e di infiltrati nelle carceri. Nella requisitoria all'udienza svoltasi lo scorso febbraio, il procuratore della Cassazione, Alfredo Viola, aveva detto che "Caccia è stato un servitore dello Stato con una condotta fuori dall'ordinario non per i passi fatti in avanti ma per i passi indietro fatti da altri, e con le parole di Giovanni Falcone ricordo che 'si muore perché spesso si è privi delle necessarie alleanze’". Caccia, aveva sottolineato il pg Viola, "è la prima vittima di mafia al Nord" e le misure di protezione disposte per tutelarlo "purtroppo si sono rivelate non stringenti".
Piena luce sul delitto deve ancora essere fatta, e si è arrivati all'individuazione di Schirripa - in cella dal 2015 - tramite intercettazioni raccolte da un trojan nel maxiprocesso Minotauro, contro i clan calabresi. A causa delle indagini lacunose condotte dalla Dda di Milano, il fascicolo sul caso Caccia venne avocato dalla procura generale del capoluogo lombardo. "Questa inchiesta sulla morte di un magistrato è l'unico caso nel quale l'attività processuale si è rifiutata di sentire i colleghi di Caccia e i suoi familiari", aveva rilevato a febbraio l'avvocato Fabio Repaci, che rappresenta i congiunti del magistrato ucciso.

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