Da Owens nel ’36 allo Ius Soli chiesto a Tokyo: quando politica e Olimpiadi s’intrecciano

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Sono numerosi gli episodi in cui lo sport olimpico ha fatto da sfondo a questioni che vanno oltre le discipline e i giochi: dal disappunto di Hitler per la vittoria dell’afroamericano a Berlino, alla richiesta di Giovanni Malagò di dare la cittadinanza italiana ai nostri atleti nati da genitori stranieri, ma anche le proteste di Città del Messico nel ’68 e i boicottaggi tra Usa e Urss: ecco gli episodi più celebri

"Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo Ius Soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana", sono state queste le parole di Giovanni Malagò a Tokyo 2020. Un pensiero che ha riacceso il dibattito sulla questione della cittadinanza ai cittadini, in questo caso anche atleti, che sono nati in Italia da genitori stranieri. Sono diversi, infatti, gli azzurri a Tokyo che hanno dovuto aspettare i diciotto anni per poter gareggiare ufficialmente con i nostri colori addosso ed è stato proprio il presidente del Coni a riaprire una questione che, in questo caso, intreccia politica e giochi olimpici. Con le dovute proporzioni, l’affaire Ius Soli ha per certi versi ricordato, almeno idealmente, tutte le volte in cui sono state proprio le Olimpiadi a far da sfondo a questioni politiche: ecco quelle più eclatanti. 

Jesse Owens, Berlino 1936

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 Uno dei primi episodi in cui le questioni extra-sportive hanno “contaminato” i giochi olimpici è sicuramente quello che ha visto coinvolti nel 1936 il campione americano Jesse Owens e l’allora leader del partito nazista, appena salito al governo in Germania, Adolf Hitler. L’atleta afroamericano fu capace di vincere ben quattro medaglie d’oro, una delle quali nel salto in lungo contro il campione tedesco (e suo grande amico) Luz Long. Un successo che ovviamente non piacque al Fuhrer paladino di deprecabili teorie suprematiste anche se successivamente lo stesso Owens rivelò: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto”. Tuttavia furono in tanti a testimoniare di un Adolf Hitler molto amareggiato per la vittoria di un afroamericano ai danni dell’atleta di casa. 

Giappone e Germania escluse, Londra 1948

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 Anche nelle prime Olimpiadi post-belliche la politica è entrata nel contesto dei giochi. In quel caso fu Londra la sede scelta ed essendo appunto la capitale di uno dei Paesi protagonisti (e vittoriosi) della Seconda Guerra Mondiale, come accadde già dopo il primo conflitto del 1914, i Paesi aggressori, nonché sconfitti, non furono invitati a partecipare. Giappone e Germania, dunque non presero parte alle Olimpiadi mentre l’Italia dopo un lungo confronto, fu ammessa grazie all’armistizio di Cassibile. Mancava anche l’Unione Sovietica ma per un altro motivo: gli atleti non furono ritenuti pronti dal governo e per questo evento e Stalin non voleva rischiare di fare brutte figure al cospetto dell’avversario americano.

La protesta degli sprinter americani, Città del Messico 1968

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 Le Olimpiadi del 1968 che si sono svolte a Città del Messico sono tutt’oggi ricordate per il clamoroso gesto compiuto dagli atleti durante la cerimonia di premiazione della gara dei 200 metri piani: in segno di protesta contro il razzismo, il vincitore, lo statunitense Tommie Smith e il suo connazionale John Carlos, sul terzo gradino del podio, alzarono il pugno chiuso con un guanto nero: era il gesto delle Black Panthers, movimento  contro la segregazione razziale. Il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, mostrò a tutti una spilla in favore dei diritti umani. I due statunitensi ascoltarono l’inno nazionale con la testa chinata guardando le loro medaglie: un gesto, unito a quello del pugno in alto, che costò loro il ritiro delle medaglie, la sospensione dal team Usa con effetto immediato e l’esclusione a vita dai Giochi.

L’attentato terroristico contro gli atleti israeliani, Monaco 1972

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Quella di Monaco 1972 è certamente una delle edizioni delle Olimpiadi più famose a causa di quello che verrà poi chiamato il “massacro di Monaco”.  Anche in questo caso furono questioni sociopolitiche alla base del triste attentato che fu eseguito il 5 settembre da parte di otto palestinesi appartenenti all’organizzazione “Settembre Nero”. I terroristi entrano di nascosto nel villaggio olimpico irrompendo dove soggiornava la rappresentativa israeliana. Due atleti vennero uccisi immediatamente, mentre altri nove rimasero in ostaggio. Il commando palestinese richiedeva l’immediato rilascio di 234 fedayn detenuti a Tel Aviv e di altri due prigionieri recentemente catturati e incarcerati in Germania. In serata i terroristi palestinesi ottennero un pullman che li trasportò, insieme agli ostaggi, su due elicotteri, grazie ai quali raggiunsero l’aeroporto di Furstenfeldbruck, ad ottanta chilometri da Monaco di Baviera. Qui però c’era la polizia ad attenderli e ne scaturì una sparatoria al termine della quale morirono cinque degli otto palestinesi, il pilota di uno degli elicotteri, un poliziotto tedesco e tutti e nove gli ostaggi israeliani. Nonostante la richiesta di fermare i Giochi Olimpici, le competizioni ripresero con un giorno di ritardo, mentre in Medio Oriente gli israeliani reagirono bombardando i campi palestinesi in Siria e in Libano.

Il boicottaggio reciproco di Usa e Urss, Mosca 1980 e Los Angeles 1984

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Motivazioni politiche anche dietro il boicottaggio reciproco tra Usa e Urss alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 e quelle successive di Los Angeles nel 1984. Nella capitale sovietica, in particolare, furono 65 i Paesi che decisero di non partecipare ai giochi, su tutti Stati Uniti e Canada. L’allora presidente Usa, il democratico Jimmy Carter, promosse un boicottaggio delle Olimpiadi in Unione Sovietica, sostenendo che se l’Urss non avesse ritirato le sue truppe dall’Afghanistan, gli Stati Uniti non avrebbero partecipato alle imminenti Olimpiadi moscovite. La replica sovietica fu immediata e arrivò alle successive Olimpiadi, quelle di Los Angeles nel 1984. Qui l’Urss decise di ufficialmente per “mancanza di sicurezza per la delegazione sovietica” e per protesta contro l’installazione di missili Pershing statunitensi in Europa occidentale. Alla fine saranno 17 le nazioni che non prenderanno parte ai giochi, tra queste anche l’Iran.

La spilla con Mao Zedong delle atlete cinesi, Tokyo 2020

La politica si intreccia con lo sport anche nell'ultima edizione delle Olimpiadi. A creare imbarazzo è l'effigie Mao Zedong, ex rivoluzionario e leader comunista cinese, morto nel 1976. Mao Zedong appare su una spilla che le atlete cinesi Bao Shanju e Zhong Tianshi, medaglia d'oro nel ciclismo su pista, espongono sulla tuta durante la cerimonia di premiazione. L'accaduto non passa inosservato e il Comitato olimpico internazionale (Cio) chiede spiegazioni al team cinese.

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