Maradona, i 60 anni di un mito che va oltre lo sport

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Vittorio Eboli

Il più popolare esponente del più popolare gioco del mondo. L'immagine stessa di quel gioco. Fisico tozzo, carattere instabile, personalità fortissima ed eccentrica, genio al servizio dei compagni, ha legato la sua storia al trionfo di Mexico '86 e agli anni d'oro di Napoli 

Dalla Mano de Dios ai duelli con Juve e Milan: FOTOSTORY

"Ma chi sei, Maradona?". Qualsiasi bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dal campetto della scuola calcio allo spiazzo dei giardinetti sotto casa, almeno una volta nella vita, a quel ragazzino incredibile, il più bravo della compagnia, ha detto così: "Ma chi sei, Maradona?".

Icona popolare nata dalla povertà

Se Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, è stato il più bravo calciatore della storia, Diego Armando Maradona è stato il primo e l’ultimo del suo genere. Il più popolare esponente del più popolare gioco del mondo. L’immagine stessa di quel gioco lì. Molto al di là di quel gioco lì, come Magic Johnson, come Senna, come Carl Lewis. Molto al di là del gioco, in realtà: una icona pop, “più famoso di Gesù Cristo” avrebbe detto John Lennon, un antieroe dei fumetti come Paperino, uno spaccone come Jim Morrison, un ribelle come Van Gogh. Fisico tozzo, carattere instabile, personalità fortissima ed eccentrica, incline a droghe e compagnie femminili, comportamenti controversi e provocatori specie fuori dal campo. Non proprio una vita da atleta, insomma. Ma sul rettangolo di gioco dava tutto, spesso con la schiena a pezzi per la pubalgia cronica di cui soffriva, spesso senza allenamenti nelle gambe: i compagni lo adoravano, per questa sua umiltà nel trascinarli.

"Pibe de oro" tra Barcellona e Napoli

Nato poverissimo a Lanus, sobborgo di Buenos Aires, nel 1960, da bambino è già un fenomeno con Los Cebollitas, a 15 anni è già una star nazionale. Nell’estate del 1978, non avendo ancora compiuto la maggiore età, viene escluso dal ct della nazionale Menotti per gli imminenti mondiali di casa: il generale Videla non ammette la minima incertezza, i desaparecidos vanno dimenticati con una festa ubriaca di tutto il popolo argentino, e il giovanissimo “Pibe de oro”, per paradosso, è già troppo ingombrante, non si può mettere il destino di un regime sulle spalle di un minorenne. Maradona e la politica, una rotta di collisione e un binomio che si ripresenterà, tratto costante molto sui generis per la carriera di un calciatore. Andrà a farsi le ossa in Giappone, vincendo quasi da solo, nel 1979, il mondiale Under 20: l’unica edizione di cui il mondo si ricorda ancora. Perché c’era Maradona. Non avrebbe forse neanche avuto bisogno di vincerlo, per diventare Diego, per essere già Diego. A pensarci bene, non ha poi vinto così tanto, Maradona, in carriera. Non è il palmares che lo rende il più grande. In fondo, molti altri calciatori hanno vinto tanto più di lui. I club scelti, beh, non sono certo tutti top. Cresciuto nell’Argentinos Juniors, passa al Boca, la squadra simbolo degli italiani d’Argentina, ed è già una premonizione. A 22 anni sbarca in Europa, lo prende il Barcellona: i catalani non sono ancora una corazzata, non hanno ancora vinto la loro prima Coppa dei Campioni, neanche nell’era del geniale capellone Crujff. Dopo due anni deludenti, segnati da un grave infortunio, passa al Napoli: altra scelta che oggi sarebbe fanta-scelta, altro che Campioni, gli azzurri non hanno mai vinto né il campionato nazionale né una coppa europea. Maradona non sarà mai la stella più brillante di una squadra di fenomeni, come il Pelé della nazionale brasiliana o il Di Stefano de “gli anni d’oro del grande Real”. Ma il connubio con Napoli, città-stato anarchica, passionale e teatrale, è il matrimonio del secolo quasi quanto quello tra Marylin e gli americani.

La "mano de Dios" diventa Re del mondo

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Diego Armando Maradona, la storia del "Pibe de Oro". FOTO

A Messico ’86, all’apice della forma mentale e fisica, si ritrova con una delle nazionali argentine più anonime degli ultimi decenni. Fatta eccezione per Valdano, centravanti del Madrid, una banda di onesti pedalatori che ha il compito, svolto alla perfezione, di non rendere vane le magie di Dieguito. “L’hombre del Mundial”, dove 16 anni prima Pelé aveva staccato con sublime eleganza da marziano su Burgnich e Albertosi, stacca con goffa furbizia da scugnizzo sul portierone inglese Shilton, beffandolo col pugno chiuso. All’Azteca atterra la “mano de Dios”, la vendetta dei Latinos per la guerra delle Falkland (o Malvinas?) che la Lady di Ferro Thatcher aveva imposto agli spocchiosi generali di Baires, quattro scogli nell’Oceano Atlantico costati vite sangue e ideali. Maradona e la politica: amico personale di Fidel Castro, tatuaggio di Che Guevara sempre in vista, sostenitore di Menem e “terzomondista” incallito, Diego è un unicum nella storia del calcio anche per questo miscuglio (guazzabuglio?) di populismo e popolarità. Icona anti capitalista negli anni ’80 dell’edonismo reaganiano, mentre crolla la cortina di ferro, lui è già un po’ fuori dalla Storia. Dal gesto antisportivo, alla sublimazione del gesto più “sportivo” che c’è: tempo 4 minuti, Diego parte dalla sua metà campo ed entra in porta col pallone. È per tutti il “gol più bello di sempre”. La danza sul mappamondo, il Tango di Astor Piazzolla, avrebbe detto il suo cantore italiano Minà. Maradona vince Mexico ’86, col terzino Cuciuffo e il carneade Trobbiani, marcato a uomo in finale da un fuoriclasse come Matthaeus, e l’anno dopo regala al Napoli il primo storico scudetto di una squadra del Sud Italia. Contro la Juve di Platini, l’Inter di Rummenigge, la Samp dei giovani Vialli e Mancini.

Il mito tra droghe, eccessi, declino

A Italia ’90 quasi concede il bis, con Troglio dell’Ascoli e Dezotti della Cremonese, ma è sempre più solo, sempre più schiavo di alcol, cocaina e umori instabili, i fischi dell’Olimpico all’inno argentino dopo la semifinale con l’Italia vinta nella sua Napoli sono il triplice fischio di una carriera che quasi può prescindere dal palmares. Ha 30 anni, è già oltre il mito: chiude lì, sul rigore di Brehme al minuto 85. La fuga da Napoli, il faticoso rientro, a singhiozzo, la spinta della FIFA per promuovere USA ’94, l’infermiera antidoping che lo prende per mano e porta nella storia, sembrano solo capitoli apocrifi. Come per le grandi rockstar, raccolte di vecchi successi quando la vena artistica è palesemente esaurita. Sinistro naturale incomparabile, genialità al servizio della squadra, gol di testa rasoterra, dalla bandierina del corner, da 40 metri, re incontrastato delle punizioni dal limite, giocoliere funambolico mai fine a sé stesso; quando vedete bambini giocare a pallone, in ogni angolo del mondo, in strada sui prati in spiaggia, non capirete forse nulla di cosa si dicono, ma la pietra di paragone è sempre quella, quella parola lì, quella “a sap tutt’o munn” cantava Pino Daniele della sua, della loro Napoli. “Ma chi sei, Maradona?”.

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