Watchmen, la recensione del secondo episodio della serie tv

Scheletri nell’armadio e fantasmi dal passato emergono nella seconda puntata della serie Watchmen,  che rende omaggio ai Buffalo Soldiers e al Dottor Manhattan. Attenzione: SPOILER per chi non ha ancora visto l'episodio.

Watchmen, scopri tutto nello speciale sulla serie

Sister Night e gli Scheletri nell’armadio

Passato, presente e futuro danzano insieme nella serie Watchmen. In sella a un cavallo, alla guida di un’auto, a bordo di un’astronave, attraversiamo lo spazio e il tempo per scoprire che la realtà si fonde nella finzione e viceversa. Come nel primo episodio, anche in questa seconda puntata è la Storia ad aprire le danze. I tasti di una vecchia macchina da scrivere ci introducono all’epopea dei soldati neri arruolati nell’esercito degli Stati Uniti. “Buffalo Soldiers” li avevano soprannominati i nativi americani. Siamo nel corso della prima guerra mondiale.

Gli afroamericani sono soldati valorosi, ma spesso e volentieri vittime di pregiudizi razziali da parte dei civili e dei militari bianchi. Insomma, sembra essere il razzismo il comun denominatore della serie firmata da Damon Lindelof e ispirata alla graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons E non a caso questo secondo episodio si intitola “Prodezze marziali dei guerrieri comanche a cavallo.” Un titolo che rende omaggio all’opera di George Catlin, il pittore che ha raccontato con i suoi quadri la grandezza degli Indiani d’America prima dell’arrivo dei bianchi.

Ma il ritorno al presente ci mette di fronte a un inquietante interrogativo. Infatti, vicino al cadavere di Judd Crawford, il capo della polizia di Tulsa, interpretato da Don Johnson, troviamo un anziano afroamericano su una sedia a rotelle. La detective Angela Abar, alias Sister Night, lo porta nel suo rifugio, la Milk & Hanoi Bakery”, per interrogarlo. Scopriamo che l’uomo si chiama Will, dice di aver ucciso Judd e, scherzosamente, anche di essere il Dottor Manhattan, Ovviamene Angela non gli crede, visto che l’anziano ha 105 anni ed è paraplegico. Tuttavia Will insiste e mette in guardia Sorella Notte con queste parole: "Ho appeso il tuo capo della polizia perché aveva scheletri nell’armadio. C’è una vasta e insidiosa cospirazione a Tulsa. Ma se ora ne parlassi, tu daresti di matto. Quindi devo procedere per gradi.” 

Regina King, ancora una volta mostra tutto il suo talento, in questo confronto in cui si indaga sulla sottile linea che separa la maschera dal volto. Alla fine di questo episodio ci verrà rivelato che Will è il nonno di Angela, oltre a essere il figlio del soldato nero che vediamo all’inizio della puntata. Come le lancette di un orologio che girano all’inverso, si ritorna all’inizio. In Watchmen il tempo è circolare, ma nulla accade per caso.

 

“Niente ha una fine”, parola del Dottor Manhattan

In questo secondo episodio il passato di manifesta anche attraverso un flashback della Notte Bianca, ovvero un sanguinoso attacco ideato e messo a segno dai suprematisti bianchi contro le forze dell’ordine e le loro famiglie. Durante l’agguato, Angela è stata misteriosamente risparmiata da uno degli attentatori. Il suo partner bianco, invece, è rimasto ucciso. e la detective ha deciso, quindi, di adottare i suoi figli.

Ma grazie al documentario American Hero Story, trasmesso in tv torniamo addirittura alla fine degli anni Trenta, ai tempi dei Minutemen, i predecessori degli Watchmen originali. Facciamo la conoscenza di Giustizia Mascherata. È l’unico vigilante di cui non si è mai scoperta l’identità. Per qualcuno sotto quel cappuccio molto simile a quello del Ku Klux Klan ci celava l’ex sollevatore di pesi del circo Rolf Mull. Ma la sola certezza è che si trattava di un estremista con tendenze omosessuali sadomasochiste.

E, a proposito del fumetto, tra piogge di calamari, paparazzi volanti chiamati falene e venditori di giornali, ritroviamo Jeremy Irons nei panni dell’elegante Adrian Veidt. Chiuso nel suo castello, l’uomo mette in scena “Il figlio dell’orologiaio”, lo spettacolo di cui già si parlava nel primo episodio. Ma la pièce teatrale non è altro che la ricostruzione dell’incidente nucleare che ha trasformato lo scienziato Jon Osterman nel Dottor Manhattan. E come avevamo sospettato i domestici al servizio di Adrian non sono altro che cloni. Sicché alla fine tornano in mente le parole pronunciate dal supereroe blu in una delle battute chiave del fumetto di Alan Moore:“Adriannulla finisce. Niente ha una fine.