Alfonso Capuozzo di Mare Fuori: "A volte penso di essere nato nel periodo sbagliato"
Serie TV
Alfonso Capuozzo, interprete di Simone in Mare fuori, si racconta al Lamezia International Film Fest 2026: la prima scena sul set, dedicata alla morte della madre del suo personaggio, il rapporto con il telefono e i social, il passaggio a Sanremo, i veterani sul set osservati in silenzio e lo street casting con 1.500 candidati. Ne emerge il ritratto di un ragazzo maturo, curioso e senza pose, capace di abitare il presente senza lasciarsi sedurre dall’idea del successo eterno: "Non credo troppo nel per sempre"
La prima scena girata da Alfonso Capuozzo nella sua vita è stata la morte di una madre. Quella di Simone, il personaggio che interpreta in Mare fuori: un ragazzo rimasto orfano che si affida alla zia e a Donna Wanda e varca i cancelli dell’Istituto penale per minorenni di Napoli con una missione segreta, scoprire i piani di Rosa Ricci.
Per un esordiente assoluto, napoletano classe 2006, cominciare dal lutto è un battesimo del fuoco. Come lo abbia superato, lo racconta lui stesso con un candore che nessuna scuola di recitazione può insegnare: tornato a casa, ha dormito per quindici giorni accanto a sua madre.
Al Lamezia International Film Fest, che nella serata conclusiva di sabato 18 luglio alla piazzetta San Domenico ha dedicato un talk ai giovani protagonisti della serie con Capuozzo e Manuele Velo, il giovane attore è arrivato con addosso una delle qualità più rare nel mondo dello spettacolo: nessuna posa.
Prima di Mare fuori faceva il pizzaiolo; oggi è uno dei volti più giovani della serie ed è passato anche dal palco dell’Ariston. Ma quando parla sembra ancora il ragazzo che osserva tutti dal fondo della stanza, prima di decidere se fidarsi.
«Sono tornato a casa e ho dormito quindici giorni con mia mamma»
La tua prima scena sul set è stata anche la più difficile?
Alfonso Capuozzo: «Sì, perché era la morte di mia mamma nella serie. È stato molto impegnativo, però anche molto bello».
Come hai superato l’emozione?
Alfonso Capuozzo: «Quando sono tornato a casa ho dovuto dormire quindici giorni con mia mamma. Perché non è semplice estrarre queste emozioni».
Nessuna tecnica di respirazione, nessun Metodo Strasberg: per disinnescare un lutto recitato, il rimedio più efficace è stato dormire accanto alla propria madre. È una risposta disarmante e serissima: le emozioni, una volta tirate fuori, da qualche parte bisogna pure ricondurle.
Approfondimento
Massimiliano Gallo: "La salita si conquista, nessuno regala niente"
«Ho seguito il flusso del personaggio»
Sei riuscito a rendere Simone credibile senza trasformarlo in un modello. Ci hai lavorato consapevolmente?
Alfonso Capuozzo: «Credo che la naturalità sia la prima cosa. Se non c’è bisogno di un gesto estremo, di una cosa estrema, forse quel gesto è troppo e può non piacere. Ho seguito il flusso del personaggio».
Hai portato qualcosa di te, qualche ricordo o un’emozione provata in passato?
Alfonso Capuozzo: «Cerco sempre di mettere qualcosa di mio, proprio per rendere il tutto più bello».
In una serie amatissima dai giovanissimi, il rischio è che il carisma di un personaggio negativo finisca per trasformarlo in un modello. Capuozzo prova a disinnescarlo per sottrazione, seguendone il flusso invece di caricarne i gesti. La naturalità diventa così un antidoto alla mitologia.
Approfondimento
Stephen Frears al Lamezia Film Fest: "Dal cinema ho imparato la vita"
I ragazzi degli istituti: «Raccontati, ma spesso non aiutati»
Hai mai pensato ai ragazzi che vivono davvero in un istituto penitenziario?
Alfonso Capuozzo: «Sì. E credo che bisogna portare tanto rispetto per quelle persone. Perché vengono raccontate, ma non aiutate. Questo è quello che penso».
«A volte penso di essere nato nel periodo sbagliato»
La serie definisce i suoi protagonisti “ragazzi interrotti”. Com’è recitare in un mondo dove nessuno può usare il cellulare, un oggetto che appartiene profondamente alla tua generazione?
Alfonso Capuozzo: «I minori che vivono questi ambienti si ritrovano in un altro mondo: un mondo dove non esiste il social, non c’è internet, non c’è il pregiudizio, non c’è la storia Instagram».
Tu riusciresti a vivere improvvisamente in un mondo simile, come se un colpo di bacchetta magica cancellasse tutto?
Alfonso Capuozzo: «Guarda, a volte penso di essere nato proprio nel periodo sbagliato. Magari si potesse far prendere fuoco al telefono: a volte diventa un’ossessione. Ci sono momenti in cui voglio proprio stare da solo, senza nessuno. Ho periodi in cui veramente non voglio rispondere a nessuno».
Approfondimento
Valentina Bivona: "Marta sceglie la verità invece di una bella bugia"
Sanremo e il diritto di non credere nel per sempre
Sei arrivato anche sul palco di Sanremo, una vetrina enorme per un attore al suo esordio. C’è stato un momento in cui hai capito che la tua vita sarebbe cambiata per sempre?
Alfonso Capuozzo: «Io non credo troppo nel per sempre. Credo più nel vivere la situazione attuale. Sto cercando, perché è difficile, di vivere al meglio questa esperienza».
Come ti immagini tra dieci anni?
Alfonso Capuozzo: «Non riesco ad avere un’immagine chiara, perché la mia vita ha subito tante variazioni, lavorative ed emotive. Preferisco non avere un’immagine concreta».
Alla sua età, dopo l’Ariston e il successo di una serie popolarissima, la tentazione di sentirsi arrivato sarebbe comprensibile. Lui, invece, diffida del «per sempre» e preferisce abitare il presente: la prudenza di chi ha già visto la propria vita cambiare molto in fretta.
Osservare i veterani e studiare le persone
Hai lavorato con attori veterani. Li hai osservati, studiati? Hai carpito qualche segreto?
Alfonso Capuozzo: «È una cosa che amo fare, osservare e studiare. Anche nella vita privata: prima di interagire con una persona, preferisco studiarla. I veterani della serie, Carmine Recano, Vincenzo Ferrera, Lucrezia Guidone, sono stati pezzi fondamentali del mio percorso».
Studiare le persone prima di parlarci è il metodo di ogni buon attore. In Capuozzo osservazione e recitazione sembrano coincidere: Simone entra nell’IPM proprio per questo. Guardare, capire, poi muoversi.
Approfondimento
Neri Parenti al Lamezia Festival: "La comicità non deve avere limiti"
Il provino con 1.500 persone e il desiderio di sua madre
Hai sempre voluto fare l’attore?
Alfonso Capuozzo: «No, in realtà era un desiderio di mia mamma. Feci questo provino, uno street casting: solo quel giorno c’erano più di millecinquecento persone. È stato veramente un sogno».
E così il cerchio si chiude dove era cominciato. La prima scena della sua carriera è stata la morte di una madre; il primo passo verso quella carriera è nato dal desiderio di un’altra madre, la sua, la stessa accanto alla quale ha dormito per quindici giorni dopo avere affrontato il lutto sul set.
Ci sono attori che devono tutto al Metodo. Alfonso Capuozzo, per adesso, deve il primo passo a sua madre. E continua a camminare senza dimenticare chi gli ha indicato la strada.
Approfondimento
Fabrizio Lopresti: "Per recitare bisogna partire dalla propria verità"
Se Alfonso Capuozzo fosse un cocktail
Se Alfonso Capuozzo fosse un cocktail, si chiamerebbe Fuori tempo. Rum ambrato, nocillo campano, caffè napoletano e una scorza d’arancia: un drink inventato per chi sospetta di essere nato nel periodo sbagliato, ma sembra arrivato nel momento esatto.
Il rum è il viaggio appena cominciato: una carriera che dalla pizzeria lo ha portato sul set di Mare fuori e sul palco dell’Ariston. Il nocillo è Napoli, scuro, domestico, dolce e amaro insieme, come certe emozioni che un attore deve tirare fuori senza sapere subito dove rimetterle. Il caffè è sua madre, origine del desiderio e rifugio dopo la prima scena più difficile. La scorza d’arancia, infine, è la giovinezza: luminosa, ancora acerba, capace di cambiare il profumo dell’intero bicchiere.
Si prepara shakerando 40 ml di rum ambrato, 20 ml di nocillo e 25 ml di caffè espresso freddo con molto ghiaccio. Si filtra in una coppa e si completa con una scorza d’arancia.
Va bevuto senza fretta, perché Capuozzo non crede troppo nel «per sempre»: preferisce vivere la situazione attuale, un sorso alla volta. Si chiama Fuori tempo, ma soltanto perché certi ragazzi sembrano appartenere a un’altra epoca prima ancora di avere trovato pienamente la propria.
E forse non è lui a essere nato nel periodo sbagliato. Forse è questo tempo, rumoroso e perennemente connesso, a non avere ancora imparato ad ascoltare i suoi silenzi.